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Roberto Capucci, l’anti-imprenditore della moda: un docufilm…

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Roberto Capucci, l’anti-imprenditore della moda: un docufilm racconta la sua vita di abiti e arte

Cinque anni di lavoro, ricerche, interviste, scoperte sono occorsi al regista Ottavio Rosati per dar vita al suo docufilm “La moda proibita - Roberto Capucci e il futuro dell’alta moda”, un racconto per immagini della creatività del couturier noto in tutto il mondo per i suoi abiti-scultura. Il film è stato presentato in anteprima durante l’ultima edizione di AltaRoma, è stato realizzato in collaborazione con l’Istituto Luce, il sostegno di Elda Ferri di Jean Vigo Italia e con Francesco Marzano come produttore esecutivo. Prossimamente i suoi 60 minuti saranno trasmessi in tv, per poi essere raccolti in un dvd che sarà certo oggetto del desiderio per gli appassionati di Capucci.

Un docufilm racconta la moda «proibita» di Roberto Capucci

«Abbiamo voluto tirar fuori Capucci dal suo Olimpo, dalla sua inaccessibilità - spiega il regista -, che lo ha caratterizzato specie dopo la sua decisione di uscire dalla Camera della Moda, nel 1980, e di rifiutare così le logiche della moda commerciale. Capucci non è mai stato un imprenditore, ma un artista, come dimostra anche la sua formazione nell’Accademia di Belle Arti di Roma, la città dove è nato nel 1930».

Il film, dalla regia elegante, è un percorso nei sogni di Capucci, segnato dal desiderio di fare arte, più che moda. Per questo, dopo l’uscita dalla Camera della moda, decise di presentare i suoi abiti con un personale calendario, esponendoli una volta l’anno in una mostra allestita nei musei di tutto il mondo. Oggi gli abiti sono patrimonio del ministero dei Beni Culturali: «Per questo non abbiamo organizzato una sfilata, sarebbe stato troppo complicato e dispendioso - prosegue Rosati -. Abbiamo cercato e usato i filmati dell’Istituto Luce riguardanti le “mostre” degli abiti Capucci nei musei di Berlino, Tokyo, Parigi, Londra».

Arricchiscono il racconto le interviste a Capucci stesso, ad Anna Fendi (che lo definisce «il dio della moda»), al direttore del museo degli Uffizi Eike Schimdt, il soprano Raina Kabaivanska, lo scienziato Pierluigi Luisi, il pittore tessile Sidival Fila. Emozionanti le immagini di Rita Levi Montalcini che ritira il suo Nobel per la medicina nel 1986 indossando una creazione Capucci, la passeggiata della principessa Maria della Pace Odescalchi nelle sale del suo palazzo romano con indosso una creazione del couturier, e il film che fa da intermezzo al documentario, raccontando la storia di due innamorati: «Cercavamo la location ideale per allestire l’abito “Oceano”, un capolavoro di 300 metri di seta nelle sfumature del mare, che richiese cinque mesi di lavoro di cinque sarte - prosegue il regista -: l’abbiamo trovata in una stazione della metropolitana di Napoli, la Toledo, dove si trova un’opera di Bob Wilson che riproduce lo scintillio del mare. Lì abbiamo ambientato la storia di questi due ragazzi, onirica e surreale».

I sogni raccontati nel docufilm sono anche quelli dello stesso Capucci: «Abbiamo scoperto dei suoi “disegni immaginari” e li abbiamo animati, popolando il film di queste figure ispirate peraltro alla lirica». Ma anche altre scoperte costellano il lavoro di Rosati: «Quando era bambino amava fare scherzi tremendi alla sua famiglia - dice -. Più volte litigò con grandi star, come la Magnani, mentre Sophia Loren non pagò degli abiti che lui aveva creato per lei: «Non basta che io li indossi?», gli disse la diva. Lui prese il tutto con molta ironia ed eleganza».

Il titolo “Moda proibita”, poi, deriva dalla originalità del lavoro di Capucci: «Proibita nel senso di proibitiva per i costi altissimi, come per tutta la couture. Ma non solo per questo. Anzi, quello che emerge dal nostro racconto è l’anima del tutto anti imprenditoriale di Capucci, agli anitipodi di quella moda che vuole e deve vendere e che oggi sembra dominare il mercato. Con questo film abbiamo voluto anche lanciare un messaggio ai giovani creativi, per motivarli a non rinunciare al sogno puro, alla pura creatività».

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