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Il cielo capriccioso di dieci anni fa nel Dom Pérignon Vintage 2008, ultima cuvée firmata da Richard Geoffroy

Per ventotto anni Richard Geoffroy ha esplorato le potenzialità di ogni annata; ha elaborato la materia, come un artista, per esprimere al meglio il terroir dello Champagne; ha osato, con coraggio e senza mai ripetersi, per onorare l'ambizione creativa della maison. Per ventotto anni Richard Geoffroy è stato lo chef de cave di Dom Pérignon, la cantina di Epernay pezzo forte della collezione Lvmh. E ora, sessantenne, passa il testimone a Vincent Chaperon, enologo di 41 anni, che già da 13 lavorava al suo fianco.

Per la maison forse più celebre (e celebrata) al mondo si tratta di una svolta storica, annunciata lo scorso 13 giugno con una certa solennità (del resto, se non Dom Pérignon, chi può permettersi lo stesso tono di voce?) all'Abbazia di Saint-Pierre d'Hautvillers, quella dove il monaco benedettino avrebbe perfezionato il metodo di produzione e l'assemblage dello Champagne, come rievoca l'altorilievo sulla facciata esterna. Proprio di fronte a questa iconica immagine, il tempo è sembrato dilatarsi quando ai due, nel corso della cerimonia, si è unito anche il più attempato Dominique Foulon, maestro di cantina per i 15 anni precedenti proprio a Geoffroy. Tre generazioni di chef de cave a confronto. Passato, presente e futuro. Toccherà ora a Chaperon inaugurare a inizio 2019 il nuovo ciclo, facendosi carico dell'eredità materiale dei Millesimati esistenti, incarnando la visione e il patrimonio immateriale del suo maestro e portando avanti l'impegno sulle singole annate.

Richard Geoffroy con Vincent Chaperon (credit: Pascal Montary)

Durante il suo “regno”, Geoffroy ha svelato non meno di quindici annate e, giocando con il tempo, ha dato vita anche alle Plénitudes (Vintage, P2, P3), ovvero i tre differenti stadi evolutivi di un singolo millesimato o – per dirlo con parole sue – «gli incontri successivi con lo stesso vino attraverso finestre di espressione». Ma Geoffroy ha anche arricchito l'universo delle esperienze targate Dom Pérignon, dialogando con grandi chef come Ferran Adrià o artisti come David Lynch, Jeff Koons e Lenny Kravitz.
Dal 2005, anno in cui è iniziata la collaborazione tra i due, Chaperon ha partecipato a tredici vendemmie e insieme hanno rilasciato diverse annate, con una certa attitudine all'innovazione.

Il passaggio di testimone ha offerto l'occasione per presentare il Dom Pérignon Vintage 2008, culmine di questa collaborazione e soprattutto ultima creazione di Geoffroy (i collezionisti sono avvisati), nel cui futuro professionale dovrebbe esserci il Giappone con una startup, «ma non nel mondo del vino», assicura. Da notare che il 2008 esce dopo il Vintage 2009, evento senza precedenti nella storia della maison. «C'è voluto più tempo – spiega - perché l'annata raggiungesse la sua Première Plénitude. Ogni Vintage è un vino a sé, bisogna ogni volta sapersi reinventare e trasformare le difficoltà in opportunità. Questo 2008 esprime non solo la tipica armonia e purezza aromatica di Dom Pérignon ma anche profondità e complessità, con un’acidità perfettamente integrata, come fosse un abbraccio. È un archetipo rivisitato».

Il 2008 è stato caratterizzato dalla predominanza di cielo grigio e velato, condizione singolare in un decennio soleggiato e generoso. Anche la primavera e l'estate hanno avuto la stessa mancanza di luce e calore ma per fortuna il mese di settembre – in maniera tardiva - ha salvato la stagione, come già successo nel 2006, nel 2000 e nell'ormai leggendario 1966. Quando stava per iniziare la vendemmia (il 15 settembre), le condizioni erano perfette e la maturità delle uve ha superato qualsiasi aspettativa, con un notevole equilibrio.

Le degustazioni alle quali il Sole 24 Ore ha avuto la possibilità di partecipare – prima un solo tasting tra le vigne di Hautvillers e poi una cena di gala al Plaza Athénée di Parigi con divertenti equilibrismi con i piatti di Alain Ducasse – hanno svelato uno Champagne dal naso complesso ma fresco, esaltato da note di fiori bianchi, agrumi, anice e menta pestata e, in seconda battuta, caratterizzato da aromi di spezie e tostatura. Il palato è tonico e atletico, piuttosto caldo, con un frutto pieno e pulito e un'intensa persistenza. Un vino che si potrebbe definire un “nuovo classico”, ideale fusione tra la conoscenza di Richard e le audaci intuizioni di Vincent.

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