Moda24

Luci e ombre sul bilancio di Armani, alla sfida del cambiamento

  • Abbonati
  • Accedi
analisi

Luci e ombre sul bilancio di Armani, alla sfida del cambiamento

In tempi relativamente recenti è stato tra i primi a intuire le potenzialità del legame tra moda e ristorazione. Idem per quello con l'arredo e il design. Ma Giorgio Armani è stato pioniere praticamente in tutto quello che ha fatto. Ha instaurato un legame con Hollywood che gli consente di vestire attrici e attori di ogni età sul set, nella vita privata e sui red carpet.

È stato il primo stilista italiano a comparire sulla copertina di Time, nel 1982: all'epoca il settimanale, con la sua carta patinata, vendeva milioni di copie e non doveva temere alcuna concorrenza “virtuale”. È il designer e imprenditore che più ha investito nelle linee per bambini e in quelle sportive e ha diversificato negli occhiali e nella cosmetica quando molti altri erano fermi ai profumi. Per non parlare del legame con ogni tipo di arte, dalla fotografia al cinema. Per anni ha fatto della molteplicità di marchi sotto lo stesso grande ombrello Armani una caratteristica vincente. In molti hanno cercato di imitarlo, solo in pochi ci sono riusciti.

Da autentico visionario, ha capito che il mondo della moda negli ultimi 3-5 anni anni è cambiato profondamente, in primis per le modalità di distribuzione: l'e-commerce è cresciuto a dismisura (parliamo delle vendite, il tempo degli utili ha da venire), i department store americani sono entrati in crisi e i monomarca sono diventati spazi ibridi, possibilmente diversi una dall'altro: l'esatto contrario di quello che era capitato nei primi 15 degli anni duemila. I marchi della moda e del lusso non possono subire, ma devono cavalcare le tendenze e se possibile prepararsi a ulteriori stravolgimenti diventando il più flessibili possibile. Ci vuole convinzione, passione e una certa pazienza. Perché ogni cambiamento strutturale assorbe energie, anche economiche.

Il bilancio 2017 riflette questo: il fatturato è calato a 2,335 miliardi (-7% a cambi correnti, -5,8% a cambi costanti); stabili i cosiddetti ricavi indotti, che comprendono cioè il valore di vendita dei prodotti in licenza, che hanno sfiorato i 4 miliardi. In calo anche gli indici di redditività: l'ebitda (risultato operativo lordo) è sceso del 5,4% a 438 milioni, ma migliora leggermente come percentuale sul fatturato (18,7% contro il 18,4% del 2016). L'ebit (risultato netto ante imposte) è passato da 349,9 milioni a 325,4 (-7), mentre l'utile netto (risultato dopo le imposte) è sceso dell'11% a 242,4 milioni. L'impegno per avviare un profondo cambiamento strutturale è confermato dagli investimenti, 82,5 milioni, in linea col 2016.

I primi frutti della revisione di scelte e processi aziendali sono già arrivati: la posizione finanziaria netta, ovvero la liquidità, è cresciuta del 14% e ha superato per la prima volta il miliardo (1.008 milioni) . Il patrimonio netto di gruppo ha battuto un altro record, andando oltre i 2 miliardi (2.028 milioni per l'esattezza). Come dire: l'azienda siede su una solidissima montagna, a sua volta ancorata su un terreno, robusto, fatto di un patrimonio di strutture produttive, immobili nei luoghi più pregiati del mondo e saggi investimenti diversificati.

Il bilancio di Armani ha la sfortuna di confrontarsi – vista la data scelta per comunicare i dati – con le semestrali delle aziende quotate, che nella maggior parte dei casi hanno archiviato la prima parte dell'anno in crescita. Sul secondo semestre incombono molte incognite ed è probabile che il primo semestre di Armani mostri dati migliori del 2017, anche se non li conosciamo. Non fosse che per le recenti, numerose iniziative: aperture (a Firenze in piazza Strozzi), radicali restyling (a Monaco di Baviera) e introduzione di nuovi concept, come le boutique Giorgio Armani e Armani/Casa in Sloane Street a Londra: la miglior immagine per capire quanto i due mondi, moda e design, siano legati.

Lo stilista ha poi appena lanciato la seconda edizione di Armani/Laboratorio: quest'anno ha coinvolto Luca Guadagnino per organizzare un master per talenti del cinema. «Voglio abolire l'obbligo di parlare di me sui giornali», disse nel 1983, un anno dopo l'exploit su Time. Non ci è riuscito, perché con i suoi successi e idee ha continuato a fare notizia. Come quasi certamente faranno notizia i risultati del turn around.

© Riproduzione riservata