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Qui cominciò la Primavera araba

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Qui cominciò la Primavera araba

Tutto è iniziato in Tunisia, con quella rivoluzione popolare capace non solo di provocare la fuga (in Arabia Saudita) del tiranno Ben Alì ma anche di non farsi scippare la vittoria dagli islamisti più radicali (come accadde invece in Egitto, prima del “18 Brumaio” del generale al Sisi) .

E e di evitare che il Paese potesse precipitare in una devastante guerra civile (come in Libia o in Siria). Battuti dal popolo tunisino, adesso i terroristi tornano a lanciare la loro sfida, nella convinzione che le difficoltà che ogni fase instaurativa post-rivoluzionaria inevitabilmente attraversa. L'esperienza tunisina è per i seguaci del “califfato dei tagliagole” particolarmente urticante perché segnò l'inizio di quella stagione in cui le piazze si riempirono di inermi capaci di ottenere quel risultato che i terroristi non avevano mai neppure sfiorato. Fu una stagione, breve, è vero, ma segnò l'emarginazione del terrorismo dalle forme di lotta politica. E proprio il fallimento, o la perdita di slancio di quelle rivoluzioni ridiede spazio al messaggio del terrorismo islamista, nel frattempo evolutosi da Al Qaeda nell'Isis.
Fallito l'attacco frontale, e tutt'altro che metaforico questa volta, alle istituzioni politiche della nuova Tunisia, di quel popolo che li ha rifiutati, ha scelto come “second best” il Museo del Bardo, pieno di turisti occidentali. Un obiettivo secondario, probabilmente casuale, eppure capace di riconnettersi mediaticamente alle immagini dei musei devastati dell'Iraq, alle chiese profanate della Siria e del Levante. Il disegno dell'Isis è chiaro: isolare la propria farneticante e distorta idea di civiltà islamica sia in termini temporali che in termini spaziali. Il Dar el Islam non solo come punto di approdo di un percorso religioso, di perfezionamento e rivelazione rispetto alle altre “religioni del Libro”, ma come tempo eterno, che va epurato persino dalle vestigia del suo passato preislamico. E i musulmani come comunità di fedeli “imprigionata” dentro una religione che si vorrebbe, come tutte
del resto, di liberazione e di amore.

Così, colpire gli infedeli occidentali che calpestano la terra islamica, non solo afferma questo delirante disegno, ma consente anche, molto più prosaicamente, di azzerare una fonte di reddito importante e cruciale per la Tunisia. Sanno bene i mandanti della strage di ieri che prendendo di mira il “petrolio tunisino”, cioè il settore turistico, potranno interrompere quel flusso di risorse senza le quali la vita di milioni di tunisini sarà sicuramente più povera e infelice. Lo avevamo già visto in atto, questo tentativo, in Egitto, grosso modo un decennio fa, quando attentatori suicidi attaccavano i turisti nella Valle dei Templi.

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