Il Sole 24 Ore
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Tunisia, storie di imprese italiane che resistono

dal nostro inviato Roberto Bongiorni


TUNISI - Lasciare il Paese? Neanche per idea. Giuseppe Colaiacovo, vicepresidente della società umbra Colacem, risponde con estrema calma. Quasi fosse un'ovvietà. «La Tunisia ha dimostrato un alto senso di responsabilità. Pensate che durante i giorni più turbolenti della primavera araba nel 2011 il nostro stabilimento non è stato chiuso un solo giorno. Per noi la Tunisia resta un Paese strategico». Non solo restare, ma anche espandersi. La pensano così anche gli altri cinque imprenditori che abbiamo incontrato.

Un piccolo campione su un'universo di circa 750 aziende italiane, che rappresentano il 25% delle imprese del Paese. «Non avremmo neanche la possibilità di andarcene . Non si sposta da un giorno all'altro un stabilimento costato 200 milioni di euro, che impiega 180 lavoratori tunisini (e tre italiani) e che produce un milione di tonnellate di cemento l'anno». Certo, questo settore in Italia sta attraversando una crisi davvero difficile. Non qui.«Il mercato estero è quello che ci tiene a galla. Nel 2008 l'Italia assorbiva 44 milioni di tonnellate. Nel 2014 sono scesi a 19 - precisa Colaiacovo - . La Tunisia, 11 milioni di abitanti ne assorbe 7. Questo grazie anche all'arrivo dei libici».

L'esodo dalla vicina Libia sta mettendo a dura prova gli equilibri di un paese certo non ricco e con istituzioni ancora fragili. Il caos e la guerriglia successiva hanno spinto due milioni di libici, molti dei quali benestanti se non ricchi, nella vicina Tunisia. E se il settore edilizio è cresciuto, se i prezzi degli immobili sono lievitati, è anche a causa loro. Più abitanti, più costruzioni e più energia . Il gruppo Ansaldo Energia in Tunisia conta 88 dipendenti italiani e 36 locali. È in prima linea nei nuovi progetti per la realizzazione di centrali e turbine.

Lo spiega Carlo Peloso, direttore Ansaldo per la Tunisia e il Marocco. «Ansaldo è arrivata qua negli anno 90, io dal 1994. Tra le altre cose abbiamo realizzato due centrali termoelettriche da 180 megawatt, in questi mesi partiranno due altre centrali più grandi a Sous e con la prossima gara, in cui abbiamo fatto la migliore offerta, Ansaldo si appresta a divenire il più grande produttore di energia in Tunisia».Anche Peloso non ha dubbi «Per noi resta tutto come prima. Abbiamo rafforzato le misure di sicurezza a Sous ma non abbiamo mai avuto problemi». Nella parole di Lombardo si avverte la convinzione di come la Tunisia abbia gli anticorpi per difendersi dall'estremismo. «Il Paese è sotto shock. Nessun tunisino accetta azioni così violente. Non ci sono motivi per non restare in questo mercato aperto con grandi possibilità per tutti. E non è giusto per i tunisini. Non bisogna fare il gioco degli estremisti».

Nando Lombardi la Tunisia la conosce bene. Perché i suoi camion la percorrono in ogni angolo. L'azienda piemontese Germanetti Trasporti, qui dal 2000, di cui è direttore per la Tunisia, è il più grande autotrasportatore del Paese. «Siamo 3 italiani, e 95 tunisini. Disponiamo di 900 rimorchi e ne muoviamo tra import ed export 1.600 al mese». La ditta trasporta anche merci in Libia. Non è facile lavorare con frontiere che funzionano a singhiozzo e con un paese in guerra. «Ma qui in Tunisia che la situazione è molto tranquilla. Con i tunisini si lavora davvero bene. Vogliamo crescere».Non sono solo parole. Tunisini e italiani sono due popoli con grandi afifnità che si conoscono bene. D'altronde prima dell'indipendenza (1956), vivevano in Tunisia 120mila italiani. Era la comunità straniera più numerosa, ancor più della francese.

Il business in cui si è avventurata l'azienda italiana Vuetel, - telecomunicazioni, internet e offerta dati - è orientato al futuro. D'altronde il settore dei servizi è in grande crescita. Oggi copre il 55,5% del Pil tunisino, seguita dall'industria (28,5%) dall'agricoltura (16%) e dal turismo (7%). E proprio sul settore telecomunicazioni un imprenditore, Giovanni Ottati, 53 anni, presidente e Ad di Vuetel Italia ha fatto la sua scommessa, soprattutto in Tunisia. La giovane azienda, nata nel 2009, ora si appresta a lanciare nel 2015 l'offerta dati nel Mediterraneo e in Africa Subsahariana. I numeri sembrano dargli ragione. «Nel 2010 fatturavamo 2,7 milioni di euro, nel 2011 12 milioni, nel 2013 siamo arrivati a 61 milioni e nel 2014 a 90. La Tunisia è porta d'accesso per il promettente mercato subsahariano». Vuetel Tunisia è controllata al 65% dal gruppo italiano.

E proprio sui giovani laureati tunisini Ottati ha scommesso. «Le valide università di questo Paese, nel settore ingnegneria e It, sfornano tecnici preparati. I tunisini hanno sofferto per molti anni e si sono dati un nuovo assetto istituzionale in cui anche un partito islamico moderato, come Ennahda ha offerto il suo contributo. Vogliamo espanderci ancora qui».Non è però tutt'oro quel che luccica. I problemi non mancano. «Quanto al cemento, soffriamo la concorrenza degli stabilimenti statali che sono agevolati. Noi siamo premiati con la qualità del nostro prodotto», spiega Colaiacovo. «Il problema maggiore è che il processo di transizione democratica ha compiuto molti progressi sul fronte politico, ma finora non su quello economico». «Noi lavoriamo con le commesse statali , e quindi abbiamo a che fare con ostacoli burocratici e rallentamenti alla dogana, problemi che tuttavia si superano», precisa il direttore di Ansaldo . Certo nelle parole di alcuni imprenditori filtra una sorta di nostalgia per i tempi del regime. Non che ne condivano i mezzi, né l'ideologia, ma la sicurezza era migliore.

«Prima era impossibile ritrovarsi con un assegno scoperto in mano. La pena prevista, e certa, erano 5 anni di galera. Oggi chi non paga trova spesso una scappatoia. Le maggiori difficoltà per riscuote i pagamenti le abbiamo però da società italiane», osserva Lombardi. A Tunisi da 15 anni, Sandro Fratini, vicepresidente della Camera di Commercio Italo Tunisina commenta: «La Tunisia mi ha dato molto, adesso è il momento di restituire, così come stanno facendo i numerosi imprenditori italiani presenti circa 800 aziende. Non ci sono problemi tali da abbandonare quanto fatto con enormi sacrifici».
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