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Afghanistan, la missione non è compiuta

L’ETERNA TRANSIZIONE

Afghanistan, la missione non è compiuta

L'attentato dell’altro giorno a Kabul, costato la vita a 14 persone (9 straniere, tra cui l'italiano Alessandro Abati e la sua fidanzata kazaka Aigerim Abulayeva) e quello di oggi davanti all’aeroporto hanno scosso fortemente l'opinione pubblica occidentale e riaperto la questione della valutazione sul lungo impegno occidentale per mettere in sicurezza l'Afghanistan. La missione Isaf (a guida Nato) si è conclusa nel dicembre scorso, con il sostanziale ritiro dei contingenti occidentali, che al loro apice avevano visto schierati oltre 150.000 soldati nel Paese. Oggi ne restano circa 15.000, con funzione di addestramento, sostegno aereo tattico, evacuazione medica e limitato supporto sul terreno alle forze afghane.

A queste ultime (173.000 effettivi contro i 195.000 previsti) è affidato il compito di pianificare, guidare e condurre le operazioni contro gli insorgenti. Si tratta di una quantità insufficiente, per di più in progressiva continua erosione, visto che il numero dei disertori supera ormai regolarmente quello delle reclute. Nonostante lo spirito combattivo di alcuni reparti, il buon addestramento ricevuto e l'appropriato livello qualitativo dell'equipaggiamento, l'evidenza è che talebani, terroristi, narcotrafficanti, banditi e quant'altro stanno contendendo con successo il controllo del terreno alle forze di sicurezza.

È la polizia (Afghan National Police, Anp) che si sta “ritirando” alla spicciolata da porzioni crescenti del Paese, come attestato dalle statistiche dell'Agenzia delle Nazioni Unite per l'Afghanistan (Unama) che ha definito il 2014 l'anno peggiore dal 2001 (quello della caduta dei talebani) in quanto a numero di civili morti (3699): il 34% vittime collaterali dei combattimenti, il 28% uccise dagli Ied (trappole esplosive) e il 15% da attentati come quello del 14 maggio scorso a Kabul o come quello del 18 aprile a Jalalabad (35 morti e 135 feriti), che ha segnato il debutto di Daesh (lo Stato Islamico) in Afghanistan. Solo il 2% delle vittime civili è imputabile ad attacchi dal cielo (aerei o droni), a testimonianza del drastico calo di missioni operative alleate nell'area.

Proprio le vittime collaterali provocate dagli attacchi aerei aveva segnato uno dei momenti di più aspra polemica tra l'ex presidente Hamid Karzai e Barack Obama. Il clima nelle relazioni con Washington è decisamente cambiato dopo l'insediamento del nuovo presidente Ashraf Ghani. Quest'ultimo ha iniziato un'intensa attività diplomatica per consolidare o migliorare le relazioni con i Paesi ex Isaf (a partire dagli Usa, ma non solo), con i vicini influenti (Cina, Iran, Pakistan e India) e con i grandi donors (Giappone in primis, ma anche Emirati Arabi Uniti).
La rottura dell'isolamento causato da una guerra civile che di fatto dura dal 1978 e la possibilità di agganciare il treno dei colossali investimenti cinesi (50 miliardi di dollari) sul “corridoio cino-pakistano” è la scommessa su cui punta Ghani (studi a Beirut e 15 anni di lavoro all'Fmi) per riportare la speranza dalle parti di Kabul.

Su questo ambizioso progetto gravano tre incognite: la prima è quella della sicurezza, evidentemente: lo scenario da incubo che si vuole evitare è quello del 1991, quando il presidente Najibullah venne orribilmente linciato da una folla inferocita a due anni dal ritiro delle truppe dell'Armata Rossa. Ma le preoccupazioni per la sicurezza sono anche legate (e in parte generate) all'instabilità politica e istituzionale emersa dalle ultime elezioni presidenziali, con l'invenzione della figura del Chairman Executive Officer, ritagliata per il candidato sconfitto al ballottaggio Abdullah Abdullah allo scopo di fargli accettare il risultato delle urne.

La tensione tra Abdullah e Ghani è sempre più palpabile e cresce a mano a mano che quest'ultimo sta svuotando di potere effettivo l'incarico del primo. Il peggioramento del quadro della sicurezza è così in larga parte dovuto al fallimento della transizione politica e meno alle difficoltà della transizione militare. E con questo si arriva alla terza incognita, ovvero l'atteggiamento dei Paesi che partecipano alla missione “Resolute Support” (che ha preso il posto di Isaf) e dei Paesi donatori. Fino a che punto la Nato può sopportare un bilancio politicamente e militarmente negativo di 14 anni di impegno in Afghanistan (la più lunga nella storia dell'organizzazione) senza che la sua stessa credibilità venga intaccata? In che misura i Paesi che hanno ancora truppe in Afghanistan sono disponibili a ritoccarne verso l'alto gli effettivi e a rivederne in senso più “cinetico” la missione? E, last but not least, fino a quando i donors andranno avanti davvero a finanziare Kabul in tempi di dolorose spending review generalizzate?

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