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Questo articolo è stato pubblicato il 27 maggio 2015 alle ore 06:36.

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Dopo quattro mesi i negoziatori cercano un compromesso che passi anche dal mettere in pole position riforme strutturali anti-cicliche, cioè quelle che non limitano la capacità di spesa in presenza di una situazione di recessione. Quel tipo di misure che, come suggerisce l’Ocse del segretario generale Angel Gurria, rilanciano la produttività e la competittività di un paese mettendo in primo piano la riforma del mercato dei prodotti, della Pubblica amministrazione, della giustizia, rispetto ad nuove misure di austerity, tagli di stipendi e pensioni e surplus primario di bilancio.

Questa è la via del compromesso possibile tra riforme e prestiti da concedere per chiudere l’ultimo miglio del secondo piano di salvataggio e aprire la strada a futuro terzo piano di aiuti.

Il viceministro greco agli Affari europei Nikos Hountis, parlando a Mega Tv, ha affermato che il suo governo sta cercando di raggiungere al più presto con i creditori un'intesa su tutte le questioni aperte e non ha escluso che il tanto atteso accordo possa essere attuato a tappe.

Syriza, il partito al Governo in Grecia, ha respinto la richiesta dell'ala estrema del partito (Piattaforma sociale) di non rimborsare i prestiti all'Fmi. Il Comitato centrale ha bocciato la proposta con 95 voti contro 75 e una scheda bianca. Respinte anche le richieste di nazionalizzare le banche e di indire un referendum che darebbe agli elettori il potere di respingere ogni accordo con i creditori internazionali.

Questo è un passaggio importante per il premier Alexis Tsipras perché gli dà quella libertà di manovra per trovare un compromesso con i creditori senza temere colpi di coda interni. Atene è ormai alle battute finali per una intesa ma il premier deve trovare un difficile equilibrio tra le esigenze dei creditori rappresentati dalla Troika e le richieste non negoaziabili di Syriza così da far passare l'accordo in parlamento.

Per Olivier Blanchard, che lascerà l'incarico di capo economista all'Fmi a settembre, «il sistema pensionistico in Grecia è ancora tropo generoso e ci sono ancora troppi dipendenti statali». Secondo l'economista «bisogna guardare quali misure strutturali sono essenziali per garantire una crescita sostenuta nel medio termine». Atene, invece, ritiene che non sia ragionevole imporre un surplus di bilancio al 4,5% che finisca per strozzare l’economia solo per potert rimborsare più in fretta i creditori.

Il fallimento della ricetta dell’Fmi è evidenziato dai dati della crescita del debito rispetto al Pil che sono passati dal 171,3% del 2011 al 180, 2% del 2015 . Insomma invece di calare è aumentato nonostante 240 miliardi di prestiti.

Ora è giunto il momento di creare le condizioni che pongano accanto all’attenzione ai problemi di bilancio si inserisca quel progetto di riforme strutturali che rendano il fisco, l’amministrazione, l’istruzione e la sanità una realtà di livello europeo anche in Grecia.

Tenendo conto della particolarità del caso greco come ricordava l’economista tedesco Daniel Gros, direttore del Ceps, che di fronte ai fallimenti della ricetta dei creditori usata in Grecia «non c’è stata solo incapacità di governo: c'è anche per esempio la carenza di export greco, che non supera il 12% del Pil ed è circoscritto a settori poco profittevoli come i lavorati petroliferi o i noli marittimi».

Senza il dinamismo dell’export riequilibrare la bilancia dei pagamenti è un meccanismo in salita che passa da riduzioni dell’import e calo dei consumi interni. Ma se a questo quadro si aggiunge la riduzione degli investimenti pubblici allora il rischio è di far precipitare il paese nel tunnel della recessione con deflazione.

I creditori ormai dovrebbero aver compreso che non possono imporre al Paese ancora più austerità rispetto a quanta abbia già dovuto subire, mentre il governo greco dovrebbe a sua volta aver compreso che le promesse elettorali non possono tutte essere rispettate.

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