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Londra, il boomerang del blocco anti-Ue: ecco quanto perderebbe la…

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Londra, il boomerang del blocco anti-Ue: ecco quanto perderebbe la Gran Bretagna senza i migranti

London's calling. Per ora. Il Ministro dell'Interno britannico Theresa May lancia la provocazione di un blocco ai migranti Ue senza lavoro, come «sveglia» al resto del Continente sull'emergenza immigrazione. Ma cosa succederebbe se neo-laureati e professionisti europei smettessero di approdare – davvero – Oltremanica? Il risveglio ci sarebbe. Ma a Londra: meno entrate fiscali, meno lavoratori qualificati e il rischio di un effetto boomerang su un fiore all'occhiello come l'università.

Lo dicono i numeri, a cominciare dalla contabilità nazionale: dal 2001 al 2011 i migranti Ue hanno versato nelle casse dell'erario britannico un contributo netto di 20 miliardi di sterline.

Una cifra che sorpassa i benefit ricevuti dal welfare, se si considera che lungo lo stesso periodo i lavoratori internazionali hanno “goduto” del 43% in meno di possibilità di accedere a qualsiasi forma di agevolazione. Senza contare il ricambio di professionisti ad alto tasso di qualifiche in arrivo da oltre i confini dell'Euro-zona e il loro impatto su un sistema che conserva un'attrattiva maggiore di quello tedesco e francese.

Non succede (in teoria). Ma se succedesse…
Per farsene un'idea basta sfogliare «The Fiscal Effects of Immigration to the Uk», un report - già segnalato dal Sole 24 Ore - sui benefici fiscali importati dai lavoratori Ue nel Regno Unito. Gli autori sono due specialisti come Christian Dustmann (docente allo University College di Londra) e l'italiano Tommaso Frattini, professore di economia Politica alla Statale di Milano. Frattini ci spiega di essere scettico sulla provocazione di May, uno schiaffo più teorico che pratico ai pilastri di Schengen.

«Sinceramente non si capisce che cosa voglia fare May, nel concreto: se uno toglie la libera circolazione delle persone, toglie le basi dell'Unione Europea. Non è neppure una questione di legittimità, il fatto è che non è proprio conforme alle norme comunitarie. Finché la Gran Bretagna resta nell'Unione, non è praticabile». Eppure è da tempo che i Tories insistono su un irrigidimento delle frontiere. «Al di là di questo paradosso (e delle promesse non mantenute), se mai riuscisse a passare una proposta del genere sarebbe molto dannosa per l'economia inglese. Non solo e forse non tanto per le ricadute fiscali, quanto per un sistema produttivo che si regge su professionisti stranieri».

Più qualificati e più giovani
Dalla ricerca di Frattini e Dustmann è emerso infatti che i “migranti” in arrivo dall'altra sponda della Manica sono in media più istruiti (laureati in oltre il 60% dei casi se provengono dall'Europa occidentale e meridionale e nel 25% se arrivano dall'Est, contro una media del 24% tra i britannici) e più giovani: l'età media oscilla tra i 26 e i 27 anni, contro i 41 registrati nella forza lavoro della popolazione locale.

Due elementi che lasciano intendere un processo di selezione più qualitativo che quantitativo: prima di fissare tetti numerici, Londra aveva saputo – e sa tuttora – attirare le risorse più compatibili con le sue esigenze. Dai fresher dei college alle posizioni dirigenziali: «Tutto questo a sottolineare che dei punti di forza dell'economia britannica è sempre stato quello di attrarre professionisti qualificati per supplire a “shortage”, carenze di competenze. E si trattava proprio di importare personale dove mancava, non di 'rimpiazzare' i britannici a stipendi più bassi» fa notare Frattini.

Tra gli esempi del caso c'è il sistema sanitario, dove spiccano anche specializzandi e medici in arrivo dalle nostre università. Gli italiani, del resto, rientrano nell'area «Western and Southern Europe» che ha contribuito per 15 dei 20 miliardi di sterline nelle casse dell'erario britannico. Se il Regno Unito alzasse il muro ipotizzato dall'editoriale di May, le permanenze per motivi diversi da studio e vacanza dovrebbero essere regolati con permessi di soggiorno analoghi a quelli richiesti alle migliaia di studenti in arrivo da Cina (oltre 87mila nel 2014, più di tutti gli stranieri iscritti a università italiane), India, Nigeria o Arabia Saudita.

L'effetto-domino sui super college
In agguato c'è l'effetto domino sull'intera catena di importazione di talenti che fatto la fortuna del Regno Unito. I dati dello Uk Cisa (Council of International Students Affairs) confermano una capacità attrattiva che si esercita senza differenze fuori e dentro i confini dell'Unione Europea. Per il solo anno accademico 2013-2014 si contavano 435.500 studenti stranieri, con una quota di oltre 125mila dalla sola area Ue. La top 10 dei «sending countries» europei non riserva sopresa nelle prime tre postazioni, con 14.060 studenti dalla Germania, 11.500 dalla Francia e 11.490 dall'Irlanda. Il sud Europa fa la sua comparsa poco sotto al podio, con un 10.670 iscritti dalla Grecia e 9.590 dall'Italia, in crescita dagli 8.320 che si registravano un anno prima.

Il rincaro delle rette ha già segnato uno spartiacque sul passato. L'eventualità di un blocco sui cittadini Ue potrebbe nuocere di più: «Se rendi più difficile restare in Gran Bretagna dopo la laurea, come già succede oggi, rendi meno appetibile anche il solo andare in Gran Bretagna per ragioni di studio. E questo significa togliere reddito ai college» dice Frattini. Quanto? Una stima può arrivare da uno studio a cura di PricewaterhouseCoopers e London First: i soli studenti non comunitari (dalla Cina all'Africa) generano a Londra un beneficio netto di 2,3 miliardi di sterline, dato dal rapporto tra 2,8 miliardi di spese e 548 milioni di servizi ricevuti.

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