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Arresti, licenziamenti, sequestri: la vendetta di Erdogan…

TURCHIA DOPO IL VOTO

Arresti, licenziamenti, sequestri: la vendetta di Erdogan sull’Imam

«Dopo il voto la vendetta di Erdogan è arrivata puntale, ce l'aspettavamo», dice il gulenista Selim Ozdemir, direttore della Fondazione giornalisti e scrittori nel suo ufficio di Scutari sulla parte asiatica del Bosforo. Quando Obama ed Erdogan si incontreranno il 14 novembre ad Antalya per il G-20 avranno molto da discutere e tra gli argomenti scottanti ci sarà anche la sorte dell'Imam Fethullah Gulen, l'ex alleato del presidente turco, in esilio in Pennsylvania dal ’99, appena inserito nella lista dei terroristi più ricercati insieme ai capi della guerriglia curda del Pkk.

Lo scontro tra Erdogan e Gulen, leader del movimento Hizmet (Servizio), è il capitolo più bollente della guerra interna all'Islam turco. Gulen, che per oltre un decennio ha sostenuto l'ascesa del partito Akp, dirige dagli Stati Uniti una rete influente di scuole presenti in 150 Paesi; il movimento Hizmet è anche una potenza economica con risorse stimate intorno ai 50 miliardi di dollari: Gulen è accusato da Erdogan di essere il capo di uno “stato parallelo”, ramificato in istituzioni, magistratura e forze di sicurezza, che intende sbalzarlo dal potere. La guerra all'Imam è esplosa nel 2013, l'anno delle proteste di Gezi Park, dopo uno scandalo di corruzione che vedeva coinvolti quattro ministri e nelle intercettazioni lo stesso Erdogan e il figlio del presidente Bilal, oggi in Italia. Secondo Erdogan sono i gulenisti gli autori di questo tentato “golpe”.

Perché Gulen ed Erdogan sono arrivati allo scontro? Così rispondeva qualche tempo prima delle elezioni Fatih Ceran, portavoce dei gulenisti: «Noi abbiamo sostenuto Erdogan e l'Akp quando si trattava di sottrarre il potere ai militari per consegnarlo alla società civile. Ma ci rifiutiamo di accettare soluzioni anti-democratiche. Hizmet ai suoi occhi è troppo liberale e indipendente».

La Casa Bianca, dopo la trionfale vittoria del'Akp, ha espresso «profonda preoccupazione» per le pressioni e le intimidazioni a media e i giornalisti critici verso il governo, esercitate «in modo calcolato per indebolire l'opposizione politica». In pratica gli Stati Uniti sono scesi in campo a difendere, sia pure indirettamente, anche l'Imam Gulen cui fanno capo i gruppi editoriali come Koza Ipek sequesrati dalla magistratura.

La risposta di Erdogan agli americani è stata immediata. Ieri sono stati licenziati 58 giornalisti del gruppo Ipek e almeno 35 agenti e funzionari sono stati arrestati in un'operazione contro il movimento Hizmet. Il tribunale di Istanbul ha sequestrato anche la rivista Nokta arrestando il direttore e il caporedattore centrale per una copertina con una foto di Erdogan e il titolo “Lunedì 2 novembre: inizio della guerra civile turca”.

Magnate e mistico sufi, intellettuale e scrittore, amico di Giovanni Paolo II, uomo d'affari e predicatore: chi è davvero Fethullah Gulen? Quella tra Gulen ed Erdogan è una battaglia dai contorni sotterranei e a volte misteriosi che ha segnato le vicende della Turchia entrando soltanto di sfuggita nei libri di storia.

La più influente confraternita musulmana, una sorta di Opus Dei all'islamica, ha origini nello sperduto villaggio anatolico di Nurs, vicino al lago Van. È qui che nasce nel 1876 Said Nursi, sceicco sufi che intendeva riconciliare la fede con la scienza. Fu uno dei più grandi riformatori dell'islam ma per decenni fu vietato pronunciarne persino il nome. Kemal Ataturk, dopo la disgregazione dell'Impero ottomano, nel 1925 abolisce tutte le confraternite: tra queste la “tarikà” di Said Nursi, denominata Nur, Luce. Said Nursi si ritira a vita privata ma continua a fare proseliti, scrive 6mila pagine di commenti al Corano, corrisponde con intellettuali, Papi e patriarchi, invocando l'unità delle religioni contro il materialismo. Più volte arrestato, muore nel 1960 nell'oasi di Urfa, da latitante. La sua tomba ancora oggi resta un segreto.

Gulen, seguace di Said Nursi, è figlio di questa storia dai tratti esoterici. Ma anche della rivalità con l'altra confraternita dei Nakshibendi che nel dopoguerra trova il suo rinnovatore nell'imam Mehmet Zahid Kotku. Anche lui è un sufi che trasforma il sonnolento Ordine Nakshibendi in una scuola di politica: furono seguaci di Kotku il presidente Turgut Ozal, l'ex premier Necmettin Erbakan e lo stesso Tayyip Erdogan. Gulen fa la sua ascesa negli anni ‘80, poco dopo la morte di Kotku, diventando amico di Ozal con il quale trova un forte terreno d'intesa liberando lo spirito imprenditoriale delle famose “Tigri dell'Anatolia”, quella classe media musulmana, esclusa dai kemalisti, e attirata dalla predicazione islamica di stampo quasi calvinista di Fethullah che mette l'accento sul successo economico e individuale. Nella lotta tra Erdogan e Gulen molti osservatori vedono una battaglia storica tra la confraternita sufi dei Nakhsibendi e quella dei Nurcu fondata da Said da cui ha tratto ispirazione Gulen.

Ma la competizione a sfondo religioso non spiega tutto. L'obiettivo di Gulen è una riforma moderata e filo-occidentale dell'Islam mentre Erdogan punta a un presidenzialismo autoritario e alla leadership dei Fratelli Musulmani. I due sono in rotta di collisione anche in politica estera. Gulen si è sempre detto contrario alla guerra anti-Assad in Siria, alla rottura con Israele, all'apertura ai Fratelli Musulmani. E adesso Erdogan, ancora più forte dopo il voto di domenica, vuole chiudere la partita politica e ideologica con lo sceicco di Oltreatlantico: l'operazione di infiltrare una versione all'americana dell'Islam moderato in Turchia forse è fallita.

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