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Myanmar, San Suu Kyi sfida i militari: «Sarò io a guidare il…

DOMENICA LE ELEZIONI

Myanmar, San Suu Kyi sfida i militari: «Sarò io a guidare il Paese»

Aung San Suu Kyi non rinuncia al sogno di guidare il Myanmar, Costituzione o no. Il Nobel per la Pace ha affermato che se, come sembra scontato, il suo partito vincerà le elezioni di domenica, di fatto sarà lei a esercitarne l’autorità tramite il candidato del suo partito, la National league for democracy (Nld). Ai giornalisti riuniti davanti all’abitazione di Yangon, dove ha trascorso quasi vent’anni agli arresti domiciliari per la sua lotta per la democrazia, la Lady ha annunciato che la Nld ha «un candidato pronto a diventare presidente, ma io sarò al di sopra del presidente, è molto semplice», spiegando che «la Costituzione non dice nulla a proposito di persone al di sopra del presidente».

In base alla Carta fondamentale, scritta dai militari nel 2008, nessun birmano che abbia coniugi o figli di nazionalità straniera può essere eletto presidente. Una norma inserita appositamente per escludere San Suu Kyi, vedova e madre di cittadini britannici. Di fronte all’impossibilità di emendare questa disposizione e alla determinazione della Lady a non fare passi in dietro, in molti si aspettavano per lei un ruolo da eminenza grigia. Oggi, quindi, Maa Suu (Mamma Suu), come la chiamano i suoi sostenitori, ha solo confermato quanto tutti già sapevano. In Myanmar, il capo dello Stato è eletto dal Parlamento e nomina il Governo. L’Esecutivo si insedierà nei primi mesi dell’anno prossimo.

Le elezioni dell’8 novembre sono le prime “vere” elezioni dal 1990, quando la vittoria della Nld fu ignorata dai militari al potere dal 1962. Quelle del 2010, invece, furono boicottate dalla Nld, e quindi stravinte dal partito di riferimento dei generali, lo Union solidarity and development party. Dopo decenni di isolamento internazionale, in cui il Myanmar ha avuto sostanzialmente un unico interlocutore nella Cina, la giunta ha poi iniziato un lento processo di democratizzazione e ha liberato San Suu Kyi. Grazie a queste aperture, il Paese è uscito dall’embargo sancito nei confronti dalla Comunità internazionale per il brutale regime della giunta. I militari non hanno però rinunciato al controllo della politica e dell’economia del Myanmar. La Costituzione riserva loro il 25% dei seggi del Parlamento e non può essere riformata senza il voto del 75% degli eletti, più uno.

Saranno insomma elezioni vere ma non del tutto libere, per Human rights watch, anzi, non lo saranno per nulla. E non solo per l’ingombrante ruolo giocato dai militari. La minoranza musulmana dei rohingya, una comunità di circa 1,3 milioni di persone, vive sostanzialmente senza diritti, tanto che i suoi membri sono stati addirittura esclusi dalle liste elettorali, insieme a decine di migliaia di persone di etnia indiana e cinese.

Sullo sfondo c’è un’economia che l’anno scorso ha attratto otto miliardi di dollari di investimenti e le multinazionali di tutto il mondo, con un Pil che cresce a tassi superiori all’8 per cento. Ma anche profondi tensioni etniche.

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