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Se Mosca alza il prezzo dell'intesa

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Se Mosca alza il prezzo dell'intesa

La Russia e l'Occidente «hanno capito la necessità di cooperare nella lotta al terrorismo internazionale», ma «un accordo è impossibile» perché «ogni Paese ha la propria posizione e il proprio atteggiamento verso i diversi segmenti del problema della lotta al terrorismo». Questa è la spietata analisi di Vladimir Putin, nelle parole riportate dal suo portavoce Dmitri Peskov al margine del G-20 di Antalya. Putin potrà piacere o non piacere, ma di sicuro non gli fa difetto il realismo, che spesso confina nel cinismo e che talvolta lo porta a commettere errori clamorosi, come con la vicenda dell'annessione Crimea. Anche in quel caso il punto di partenza era accurato, la disunione dell'Occidente, ma venne sottovalutata la capacità di reazione che portò Stati Uniti e Unione europea ad approvare sanzioni dolorose anche per molti Paesi europei, pur di mandare un segnale forte al Cremlino.

Oggi la Russia coglie appieno un problema che resta comunque irrisolto: la divisione dell'Occidente, tra Europa e Stati Uniti ma anche dentro l'Unione europea e rimanda chissà quanto consapevolmente alla vecchia battuta di Henry Kissinger, «quale numero devo chiamare per parlare con l'Europa?». Nonostante l'istituzione della carica di Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, quest'ultima resta sostanzialmente nelle mani dei diversi governi che compongono l'Unione, i quali restano su posizioni molto diverse circa il “che fare” per sconfiggere l'Isis. L'Europa e gli europei sono uniti nel cordoglio, nelle manifestazioni di dolore e nella difesa “passiva”.

Ovvero nell'innalzare le misure di sicurezza ai valichi di frontiera, nella richiesta di più coordinamento tra le forze di polizia e, almeno in parte, tra gli apparati di intelligence. Lo sono molto meno quando si tratta di elaborare una strategia comune di “difesa attiva”, quando si tratta di andare a colpire l'Isis nei suoi santuari.

Non è solo di un problema di mezzi, anche se i mezzi contano. La Francia che ferita al cuore ha voluto giustamente scatenare una rappresaglia devastante su Raqqa – con il presidente Hollande che afferma di voler «distruggere l'Isis» – ha messo in campo una dozzina di aerei che hanno colpito obiettivi in gran parte individuati dall'intelligence americana. Quello dei mezzi non è quindi il problema principale, anche se non è indifferente. «Cosa volete che possa cambiare se i 4 Tornado italiani bombarderanno o meno le posizioni dell'Isis» era il ritornello che accompagnò nelle settimane scorse l'ipotesi, poi svanita, di un più attivo coinvolgimento italiano: è proprio questa logica che impedisce all'Europa di crescere nella sua capacità di assumersi responsabilità collettive. Se persino nelle ore in cui tutti ripetono il mantra che l'attacco a Parigi è stato un attacco a tutta l'Europa questo atteggiamento continuerà, allora possiamo star certi che la montagna europea partorirà il solito topolino, altro che “band of brothers” di shakespeariana memoria... Non si tratta evidentemente di illudere e illudersi che la guerra dal cielo possa di per sé cancellare l'Isis, ma almeno di dimostrare quanto concreta sia la disponibilità a correre dei rischi insieme per la sicurezza collettiva. Perché altrettanto pernicioso è illudere che la soluzione politica alla guerra siriana possa essere trovata escludendo il ricorso – anche e non solo – agli strumenti militari.

Nell'alzare il prezzo di un possibile coordinamento tra gli sforzi occidentali e quelli russi per combattere l'Isis sul terreno sarebbe estremamente grave se Putin potesse trovare una sponda involontaria nella divisione europea o negli atteggiamenti eccessivamente prudenti o interessatamente concilianti di alcune capitali europee.

Sarà pur vero che occorre «una reazione di testa e di cuore e non di pancia», come ha sostenuto Renzi; ma, considerando la storica reputazione non proprio specchiata dell'Italia in quanto ad affidabilità nei momenti difficili (attenuata ma non cancellata da tanti anni di partecipazioni a conflitti a bassa intensità o missioni di peacekeeping), occorre evitare di rafforzare la sensazione che l'Italia sia sempre pronta ad avanzare distinguo ed eccezioni quando l'unità d'azione europea implichi anche decisioni ardue e impopolari.

Cerchiamo di arrivare a decisioni condivise, qualunque esse saranno, senza dare l'impressione che l'unità d'azione europea potrà esserci solo a condizione che… non si agisca troppo. Le divisioni interne all'Occidente cui ha voluto alludere Putin, del resto, non riguardano solo la possibilità dell'uso della forza ma anche la cosiddetta soluzione politica. Riguardano l'atteggiamento da tenere nei confronti di Arabia Saudita e Iran per spingerli ad accettare un décalage del loro scontro per l'egemonia sul Levante, da cui la guerra civile siriana è stata alimentata. E concerne anche la posizione da concordare e tenere verso protagonisti, comprimari e interessati osservatori della guerra civile siriana, nessuno escluso: dalla Turchia al regime di Assad, da Israele a Hezbollah al Qatar. Non offriamo quindi al nemico jihadista il vantaggio di sapere che l'Europa non sarà mai in grado di colpirlo anche militarmente o la consapevolezza che la reazione europea conosce limiti invalicabili a prescindere.

Per quanto riguarda l'Italia, infine, se vogliamo non sprecare tutto il lavoro fin qui fatto per “cambiare verso” almeno all'immagine (vedi Expo) non offriamo del nostro Paese la solita immagine di partner mai davvero e fino in fondo affidabile. La reputazione internazionale, infatti, non si costruisce in base al numero di citazioni nelle conferenze internazionali, tanto più quando si aspiri a ottenere un seggio a rotazione nel prossimo Consiglio di sicurezza dell'Onu.
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