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Dopo Brexit arriva «Fixit»: da Helsinki l’ultima…

FINLANDIA

Dopo Brexit arriva «Fixit»: da Helsinki l’ultima minaccia all’euro

Dopo Grexit e Brexit arriva “Fixit”, l’ipotetica uscita della Finlandia dall’euro. Intendiamoci: si tratta di un’ipotesi per ora abbastanza improbabile. Una petizione popolare ha però raccolto le firme necessarie – 50mila – per far sì che si svolga un dibattito parlamentare sul tema, probabilmente il primo di questo tipo nell’Eurozona.

«All’inizio dell’anno prossimo ci sarà una verifica delle firme – ha spiegato la parlamentare Maija-Leena Paavola – a cui seguirà il dibattito». I firmatari della petizione chiedono un referendum sull’appartenenza di Helsinki all’Eurozona e la raccolta di firme continuerà fino a metà gennaio; la consultazione però non potrà tenersi se il Parlamento non darà il suo benestare. Il che pare al momento difficile, considerando tra l’altro che il 64% dei finlandesi sostiene ancora la moneta unica secondo l’ultimo sondaggio di Eurobarometro. I consensi sono però in diminuzione – erano il 69% l’anno scorso – e nel Paese si assiste a una crescita costante dell’euroscetticismo, come dimostra il recente ingresso nel governo di centrodestra del Partito dei Finlandesi, il movimento euroscettico di Timo Soini, che ha ottenuto il 17,7% dei voti alle ultime elezioni.

L’atteggiamento quantomeno tiepido nei confronti della moneta unica è favorito da una crisi economica che non sembra trovare sbocchi.
Dopo tre anni di recessione, la Finlandia rischia di restare in rosso anche quest’anno: le stime d’autunno della Commissione europea prevedevano una modesta crescita per il 2015, ma gli ultimi dati trimestrali hanno assegnato a Helsinki il poco invidiabile primato di peggior performance congiunturale di Eurolandia: -0,6%, peggio delle attese, con il rischio, dunque, di restare in negativo anche come dato annuo. Le cause sono note e ampiamente analizzate: un mix di fattori interni – la crisi di Nokia e del settore ITC unita a quella dell’industria del legno e della carta – ed esterni: il rallentamento della Russia, sbocco tradizionale dell’export finlandese, e le sanzioni incrociate Ue-Mosca legate alla crisi ucraina.

Tra i finlandesi si è fatta strada però la convinzione che le prospettive del Paese migliorerebbero se si tornasse al “markka”, il marco finlandese in uso fino al 1999 e, prima di allora, più volte svalutato per migliorare la competitività delle esportazioni.
Una convinzione, questa, rafforzata dal confronto con la vicina Svezia. «Dal 2008 – ha fatto notare l’europarlamentare centrista Paavo Vayrynen, promotore dell’iniziativa – l’economia svedese è cresciuta dell’8%, la nostra è calata del 6…È un buon momento per discutere dell’opportunità di restare nell’Eurozona o meno».

«La Finlandia, come membro dell’Unione economica e monetaria – si legge nel programma di governo – è impegnata a promuovere la stabilità dell’Eurozona». E l’esecutivo guidato dall’imprenditore Juha Sipilä non ha al momento in agenda nessun “Fixit”; è invece al lavoro per risanare i conti pubblici e ritrovare competitività e crescita attraverso una “svalutazione interna”, che include una riforma del mercato del lavoro con impopolari tagli a benefit e giorni di vacanza.

Qualcuno però inizia a fare i conti dell’ipotetica uscita dall’euro. Uno studio recente di EuroThinkTank of Finland, gruppo di studiosi in odore di euroscetticismo, ha fissato il costo una-tantum di un ritorno al marco finlandese attorno ai 20 miliardi di euro (il Pil di Helisnki è oggi attorno ai 200 miliardi), sottolineando però che i vantaggi si vedrebbero nel lungo periodo. Difficile capire se questa tesi riuscirà a convincere la maggioranza dei finlandesi. Una ripresa che dovesse tardare troppo potrebbe però giocare un ruolo decisivo.

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