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Per Hollande i primi frutti di una strategia di successo

l’analisi

Per Hollande i primi frutti di una strategia di successo

Dopo la decisione della cancelliera Angela Merkel di mettere a disposizione 600 soldati, una fregata e dai 4 ai 6 Tornado per combattere l’Isis, l’azione del presidente francese François Hollande segna un successo importante e si precisa. Il senso dell’iniziativa francese appare infatti proprio quello costruire una coalizione più affidabile dentro l’accozzaglia fin qui assemblata di malavoglia dagli Stati Uniti. Hollande vuole cioè compattare un nocciolo duro di Paesi che possano costituire il catalizzatore e lo sprone affinché la più ampia e disordinata coalizione che dovrebbe combattere lo Stato Islamico possa trasformarsi in uno strumento politico e militare affidabile ed efficace. Per dirla col gergo europeo, geometrie variabili e cerchi concentrici in chiave antiterrorismo.

La Germania manderà i suoi soldati in Mali per “liberare” truppe francesi da quel fronte, unirà la sua fregata alla squadra navale della portaerei Charles De Gaulle e assegnerà ai suoi jet compiti di ricognizione. Di fatto, almeno per ora, non si impegnerà in combattimenti diretti contro Daesh in Siria. Ma la cancelliera ha voluto segnare una discontinuità tra il “prima” e il “dopo” gli attentati di Parigi, fornendo alla Francia e al suo popolo un segnale chiaro: il 13 novembre segna uno spartiacque nella solidarietà europea e in questa nuova fase la Germania sarà concretamente accanto alla Francia: come prima ma con le modalità e le forme nuove che i tempi, nuovi e duri, richiedono.

È esattamente quanto non ha fatto il governo italiano, il quale invece si è limitato a ribadire impegni già assunti nelle settimane precedenti gli attentati nei confronti della Casa Bianca, con il prolungamento della presenza militare in Afghanistan, e del segretario delle Nazioni Unite, con la conferma del contingente in Libano. È andata così perduta l’occasione di dimostrare che anche per l’Italia quelle 500 vittime, tra morti e feriti, hanno cambiato qualcosa. I francesi non dimenticheranno. Il premier ha voluto ribadire che la guerra contro Daesh si vince anche sul piano culturale. Un’affermazione tanto vera quanto generica. La battaglia sul piano culturale serve senza dubbio a evitare la diffusione di razzismo e xenofobia, così come ad arginare il proselitismo e la radicalizzazione nelle comunità musulmane europee. Ma non porterà di per sé alla dissoluzione dell’Isis e alla resa dei suoi militanti. Per essere molto chiari, neppure il conseguimento di una auspicabile e necessaria soluzione politica per la guerra civile siriana e per la rivalità strategica tra Iran e Arabia Saudita comporterebbe automaticamente la distruzione del Califfato.

La sensazione è che lontano da Roma stia crescendo la consapevolezza che, accanto a tutte le altre, un’azione militare sarà comunque necessaria, nonostante le ovvie difficoltà a realizzarla. Nessuno intende nasconderle. Ma occorre anche che nessuno si nasconda dietro lo schermo delle difficoltà o dietro alla vaga promessa di essere disponibile al prossimo sforzo in Libia o su Marte. La domanda che Hollande sta facendo ai Paesi alleati e amici è molto semplice: «Che cosa siete disposti a fare qui e adesso per combattere l’Isis insieme a noi?». La Germania e la Gran Bretagna hanno fornito la loro risposta. Noi la nostra. Ma costruire «un museo per ogni nuova caserma» difficilmente porterà al-Baghdadi alla resa: i suoi scagnozzi i musei li distruggono.

A Parigi, a Londra e a Berlino sanno bene che occorre evitare una nuova Libia e un nuovo Iraq. Ma appaiono consci anche della profonda differenza dello scenario siriano e del fatto che lo Stato Islamico rappresenti per l’Europa una minaccia che né Gheddafi né Saddam Hussein costituivano. Tutti siamo preoccupati per il “dopo” - questo è il punto critico di ogni intervento militare - ma dovrebbe essere chiaro a tutti che lo scopo di un intervento militare nel Levante non consisterebbe né in un regime change (come in Iraq nel 2003) né nel sostegno a una fazione rivoluzionaria (come in Libia nel 2011). L’obiettivo sarebbe quello di rimuovere la presenza del tumore costituito dal califfato apostata di al-Baghdadi, che minaccia la stabilità del legittimo governo iracheno e impedisce qualunque soluzione politica per la guerra civile siriana. Questo è il “dopo” cui occorre far riferimento.

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