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Un'America senza strategia?

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Un'America senza strategia?

Dopo giorni nei quali la sua amministrazione aveva cercato di minimizzare il movente jihadista per la strage di San Bernardino (14 morti e 22 feriti ad opera di una coppia di musulmani americani), il presidente Obama ha dovuto tenere un discorso dallo Studio Ovale (il terzo in sette anni) per provare a rinfrancare un'America sotto shock. Di fronte a un'opinione sempre più sfiduciata nei confronti della strategia mediorientale del presidente, Barack Obama ha provato a delineare nuovamente il suo approccio alla lotta contro l'Isis e al “cancro” del radicalismo islamista. E non è stato convincente. Ha ribadito la sua convinzione che gli Stati Uniti non debbano «essere trascinati ancora una volta in una guerra lunga e costosa in Iraq e in Siria» perché «questo è quello che vuole l'Is». Del resto, e soprattutto, l'invio di truppe di terra nel Levante sarebbe in piena contraddizione con quel ritiro totale e immediato delle forze americane dall'Iraq che ha contrassegnò la sua prima campagna e i suoi sette anni alla Casa Bianca. E Obama non vuole passare alla storia come il presidente che chiuse e riaprì la guerra americana in Levante. Anche se ogni paragone tra la guerra contro l'Isis e l'invasione del'Iraq del 2003 o l'intervento in Libia del 2011 è concettualmente sbagliato e opportunisticamente fuorviante.

In un sondaggio diffuso dalla Cnn un'ora prima del discorso presidenziale emerge la non sintonia tra Barack Obama e l'elettorato americano sul tema della sicurezza: il 54% degli intervistati vorrebbe infatti l'invio di truppe di terra per sconfiggere l'Isis, il 60% boccia la sua strategia contro il terrorismo e il 64% reputa inefficaci le modalità della lotta per sconfiggere il califfo Al-Baghdadi. Se d'altra parte guardiamo all'insieme della politica mediorientale di Obama il giudizio non può che essere negativo. Svetta, solitario e maestoso, il successo nel negoziato con l'Iran sul programma nucleare segreto della Repubblica Islamica. Purtroppo però, della parziale e progressiva riammissione dell'Iran nella comunità internazionale si è avvantaggiato il lesto Vladimir Putin, in ciò vanificando una parte non certo irrilevante della strategia obamiana per il riordino del Medio Oriente. Stretto dalla necessità di sconfiggere l'opposizione interna e quella israeliana e saudita all'accordo, Obama non è riuscito a ingaggiare credibilmente l'Iran di Rouhani nel disegno di un Medio Oriente stabilizzato attraverso la convivenza tra Iran, Arabia Saudita e Israele. È così, sulla base della convergenza di interessi sul futuro del regime di Asad, l'intesa tra Russia e Iran ha sancito la dimensione strutturale del ritorno di Mosca nel Mediterraneo.

Proprio sulla Siria la confusione americana è massima - e curiosamente è proprio a Washington che Renzi ha deciso di allinearsi nella sua “non belligeranza” contro l'Isis. La ricerca di un'intesa con la Russia dovrebbe andare di pari passo con un cessate il fuoco in Siria e con il raggiungimento di un accordo complessivo sulla regione. È tutto questo dovrebbe “precedere” (!) la distruzione del califfato apostata. Tutto ciò nonostante sia proprio la presenza di Isis sul terreno a rendere tutti i giochi più complicati e la ricerca di intese politiche di ampio respiro sostanzialmente impossibile. Lo attestano una miriade di fatti, ultimo tra i tanti la tensione tra Iraq e Turchia per la presenza non autorizzata di istruttori militari di Ankara tra i turcomanni nella zona di Mosul: per contrastare l'Isis (ovviamente....) ma anche (e soprattutto) in funzione anti curda.

Il presidente resta così fermo nelle sue convinzioni, peraltro applicate con non eccessiva coerenza in tutti questi anni, basti pensare alla famosa “linea rossa” sull'uso dei gas, che Asad non avrebbe mai dovuto impiegare, e che invece ha potuto impunemente varcare, un paio d'anni or sono sotto la protezione del Cremlino.

Oggi, sulla lotta al califfato l'America insegue, come ha inseguito le Primavere arabe al loro scoppio e durante l'intera loro evoluzione, al punto che ormai il nuovo “realismo” di Obama ha accantonato qualunque riferimento o sostegno ai tentativi di democratizzazione che gli esponenti delle società civili arabe cercano comunque di portare avanti. Ieri Obama ha persino citato Putin tra gli alleati nella lotta al terrorismo, quel Putin che sembra avere idee più chiare delle sue e il pallone in mano. Un mesto spettacolo per lo stesso presidente che alla Università del Cairo si rivolse agli studenti parlando di un “nuovo inizio” nelle relazioni tra l'America e l'Islam, mentre Mubarak era ancora il rais dell'Egitto. Qualcosa di quella retorica è risuonato anche nel discorso rivolto ieri sera agli Americani dallo Studio Ovale. Ma la sua forza è apparsa indebolita da troppi insuccessi è dall'incapacità di tracciare e seguire una strategia credibile e non così ondivaga.

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