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Obama fa guerra all’Isis (ma fino a un certo punto)

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Obama fa guerra all’Isis (ma fino a un certo punto)

La rivendicazione dell'efficacia dei bombardamenti, un riconoscimento agli alleati occidentali per gli sforzi che stanno compiendo contro l'Isis (Italia compresa), lo sprone a quelli mediorientali affinché facciano di più e l'invio del segretario alla Difesa, Ashton Carter a Mosca. Sono i punti salienti della strategia ribadita da Barack Obama in un discorso diffuso dalla sala stampa del Pentagono. Passaggi chiave, secondo il presidente, che dovrebbero tutti insieme consentirgli di escludere “boots on the ground” americani nel Levante e, per logica estensione, in Yemen o Libia.

Obama si mostra così innanzitutto coerente rispetto a se stesso, ovvero deciso a non inviare in Siria al termine del suo secondo mandato quelle truppe di terra che aveva ritirato dall'Iraq all'inizio del primo. Per farlo è disposto a riconoscere il ruolo decisivo svolto dalla Russia nella lotta contro al-Baghdadi – è questo è il senso del viaggio di Carter a Mosca – nella consapevolezza che questo implicherà anche concessioni politiche nei confronti di Putin: la prima delle quali riguarderà, probabilmente, il futuro assetto della Siria e le sorti del regime di Asad (con o senza Bashar). Qui, Obama si dimostra invece tutt'altro che coerente come le sue origini (c'è ancora qualcuno che ricorda il discorso rivolto agli studenti universitari del Cairo dal neo premio Nobel per la pace?), ma il prezzo di questa incoerenza rischiano di pagarlo ancora una volta i siriani, in particolare gli oppositori non islamisti, come tante altre volte è accaduto nel corso della Guerra Fredda per gli errori della superpotenza americana in Medio ed Estremo Oriente.

La sensazione è che ildiscorso di Obama sia servito ancora una volta per mascherare la sua debolezza se non vera e propria confusione strategica, che un'opinione pubblica scioccata dopo i fatti di San Bernardino è sempre meno disposta ad accettare. Conta la lunga campagna per le presidenziali americane, che aggiunge vincoli e condizionamenti all'incerta azione del presidente. Nella testa di Obama, dovrebbero essere gli Stati arabi e sunniti della regione a dar forma a una coalizione regionale in grado di dar vita anche a un contingente terrestre, senza il quale ben difficilmente al-Baghdadi verrà sloggiato da Raqqa e dintorni. Questo avrebbe anche lo scopo di relativizzare il ruolo dell'Iran e della sua proxi libanese di Hezbollah, che i soldati sul terreno li hanno già messi e in numeri importanti, tanto in Iraq quanto in Siria. Ma tale unità d'intenti è piuttosto difficile da immaginare, nonostante l'annuncio saudita delle scorse ore, viste le rivalità che contrappongono proprio i Sauditi e gli Emirati da un alto e il Qatar (spalleggiato dai turchi) dall'altro.

La sfida è particolarmente aspra ed evidente in Libia, che vede anche l'Egitto schierato con gli Emirati, dove le due coalizioni sostengono i “governi” contrapposti di Tripoli e Tobruk. Qui, evidentemente, la cosa interessa particolarmente l'Italia che, nella conferenza di Roma del 13 dicembre, ha ribadito la sua aspirazione a svolgere un ruolo chiave nello sforzo internazionale per combattere l'Isis e ricostruire la Libia. Come tutto ciò verrà concretamente realizzato non è al momento ancora dato sapere. Ovviamente la conferenza ha rappresentato un primo necessario passo, ma siamo ancora ben lontani dal raggiungimento di un accordo effettivo tra tutti gli attori coinvolti (e da coinvolgere) nell'operazione “Libia 2” e anche dal capire come si sostanzierà, in che cosa e con che forme, la “leadership italiana”.

Quello che deve essere chiaro a tutti è che, per avere qualche chance di successo, l'intervento internazionale in Libia si dovrà prefigurare come prolungato, costoso e massiccio. Anche dal punto di vista militare, considerando che tutti quelli che sono ostili alla pacificazione della Libia o che saranno o si riterranno esclusi o sottorappresentati dalle ipotesi di soluzione non se ne staranno certo con le mani in mano (e non pensiamo solo agli uomini dell'Isis). Per lo sforzo di state-building necessario, il modello, sarà molto più simile a quanto si è cercato di realizzare in Bosnia che non a quello dell'intervento in Levante: ma in condizioni estremamente meno favorevoli. È appena il caso di aggiungere che, se vogliamo ottenere la leadership in una simile operazione, non potremo certo pretendere che la componente “cinetica” la forniscano solo gli altri. Tutto questo è ciò che deve essere messo in conto fin da subito, se vogliamo evitare sanguinosi fallimenti.

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