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Brexit forza la mano all’Eurozona

L’INTESA LONDRA-UE

Brexit forza la mano all’Eurozona

BRUXELLES - L’accordo tra Londra e i suoi partner ha sancito nei fatti una Europa a due velocità, con l’Inghilterra che ha strappato, secondo l’espressione del primo ministro inglese David Cameron, uno «status speciale». La speranza dei più ottimisti è che questa situazione indurrà i paesi della zona euro a puntare su una maggiore integrazione. Tuttavia, i dossiers più urgenti – tra questi, l’emergenza rifugiati e l’unione bancaria – sono terribilmente ostici e pericolosi.
L’accordo deve affrontare molti scogli, oltre al referendum inglese del 23 giugno. In una precedente corrispondenza, pubblicata domenica, Il Sole 24 Ore ha dato conto di alcune incertezze: il benestare del Parlamento europeo necessario per approvare le nuove regole sul welfare dei cittadini europei in Gran Bretagna; eventuali ricorsi contro il provvedimento dinanzi alla Corte europea di Giustizia per via di violazioni del principio di non discriminazione; il negoziato per inglobare l’accordo nei Trattati.
Al di là di queste incertezze, l’accordo in sé modifica la posizione della Gran Bretagna nell’Unione; ma potrebbe evidentemente provocare nuove spaccature tra i Ventotto o tra i Diciannove. Alcuni paesi ne sono più consapevoli di altri. In Francia, il timore si tocca con mano: il quotidiano Le Figaro ha definito l’intesa «il bacio della morte». E ha aggiunto: «Se la Gran Bretagna rimane nell’Unione alle condizioni strappate ai suoi partner, uccide la Ue. Se la lascia, la uccide ugualmente...».

L’intesa prevede che il meccanismo di emergenza che permette a un paese di sospendere benefici previdenziali dei cittadini europei all’estero sia utile solo al Regno Unito; ma come non immaginare altri paesi seguire la stessa via? Peraltro, l’accordo prevede anche l’indicizzazione dei benefici per i minori alle condizioni di vita del paese in cui risiedono. In questo caso il compromesso vale per tutti. Ammette un negoziatore: «Malta, l’Irlanda, la Danimarca e l’Olanda si sono nascoste dietro alla Gran Bretagna».
La lista non è esaustiva. Nella sua conferenza stampa notturna di venerdì la stessa cancelliera Angela Merkel ha spiegato che la scelta è rilevante anche per la Germania e che intende discuterne anche nella Grande Coalizione. Nel campo del welfare, tanto socialmente delicato quanto politicamente sensibile, il rischio è che i paesi dell’Unione, o peggio quelli della zona euro, vadano ognuno per la propria strada, mentre si discute di mutualizzare i sussidi di disoccupazione o la gestione dell’immigrazione.
Proprio l’emergenza rifugiati è uno dei temi che metterà alla prova la futura integrazione della zona euro o nuove forme di cooperazione rafforzata in una Europa segnata dall’accordo con la Gran Bretagna. Durante il vertice della settimana scorsa, minacciando di porre il veto all’accordo con Londra, la Grecia ha chiesto rassicurazioni che il paese non verrà a breve termine espulso dallo Spazio Schengen, alla luce delle sue difficoltà a controllare le frontiere esterne dell’Unione.

L’iniziativa di Atene giunge mentre il progetto di redistribuire nell’Unione 160mila profughi arrivati in Italia e in Grecia stenta a decollare e provoca tensioni. «Credo più alla resurrezione che alla redistribuzione», avrebbe detto con amarezza, ma anche ironia, uno dei leader - il premier italiano Matteo Renzi? - secondo un diplomatico che cita la battuta a memoria. Insomma, chissà se seguendo l’esempio inglese altri paesi chiederanno forme di opt-out o organizzeranno referendum su altri dossiers delicati?
Uno di questi è certo la garanzia unica dei depositi creditizi. A metà mese, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha insistito per sottolineare come questo progetto sia cruciale per rafforzare l’unione bancaria e la zona euro: «L’incompletezza dell’unione monetaria potrebbe diventare una fonte di fragilità», aveva avvertito il banchiere. L’accordo inglese e gli effetti disordinati che potrebbe provocare rendono l’avvertimento particolarmente lucido e preoccupante.

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