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Ecco cos’è la stagnazione secolare e perché ci farà del…

TRA BASSA CRESCITA E INSTABILITà FINANZIARIA

Ecco cos’è la stagnazione secolare e perché ci farà del male

Nessuno nel 2009 avrebbe mai immaginato che i tassi Usa sarebbero rimasti a zero per sei anni, che quelli europei sarebbero diventati negativi, e che le banche centrali dei Paesi del G7 avrebbero aumentato il proprio bilancio di oltre cinque trilioni di dollari. E anche se l’avesse immaginato, non avrebbe mai potuto prevedere che l’inflazione negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone sarebbe rimasta ben al di sotto del 2%. Eppure è quello che è accaduto e sta accadendo, spiega con la consueta verve Larry Summers, ex Segretario al Tesoro Usa all’epoca di Bill Clinton, ora docente ad Harvard (e nipote di ben due premi Nobel, Paul Samuelson e Kenneth Arrow). Forse l’economista che con più convinzione ha rispolverato il concetto di “stagnazione secolare”.

In un corposo articolo apparso di recente su Foreign Affairs, Summers spiega che i tassi di interesse di lungo termine segnalano questa situazione: inflazione vicina all’1% per un altro decennio e tassi reali a zero su ogni orizzonte temporale.«In altre parole, dopo sette anni di ripresa negli Stati Uniti, i mercati non si aspettano che si torni alla “normalità”».

È la “stagnazione secolare”, concetto che risale agli Anni Trenta, e più precisamente alla penna dell’economista Alvin Hansen. Cosa significa? Che le economie industriali soffrono di squilibri legati all’aumento della propensione al risparmio e alla diminuzione di quella a investire. Il che frena risparmio, crescita e inflazione schiacciando a terra i tassi d’interesse reali.

«La stagnazione secolare aumenta i pericoli di politiche monetarie espansive e competitive - spiega Summers - e anche di guerre valutarie». Ma si tratta di un gioco a somma zero, poiché le oscillazioni valutarie spostano la domanda da un’area monetaria a un’altra senza aumentarla a livello globale. Quello che ci vorrebbe disperatamente, al posto delle guerre valutarie, è un coordinamento internazionale «per evitare un ricorso eccessivo e controproducente alle politiche monetarie e per affrontare assieme i problemi affidandosi alle politiche fiscali».

Sì perché, secondo l’ex ministro di Bill Clinton, le politiche monetarie accomodanti (che vengono intese dalle banche centrali come espedienti di breve termine, non necessità di lungo termine) vedono diminuire i loro effetti concreti, aumentando i pericoli di bolle speculative o eccessiva propensione al rischio. Il che non vuole dire che i quantitative easing siano stati un errore, se non ci fossero stati la crescita sarebbe stata ancora più anemica. Ma ora è necessaria una maggior cooperazione: tra nazioni sulla politica fiscale e tra banche centrali su quella economica.

La stagnazione secolare, riassume Summers, si accompagna a bassa crescita e insatabilità finanziaria. Ma soprattutto rischia di schiacciare la classe media, con serie conseguenze economiche e politiche. Per questo bisogna intervenire in fretta.

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