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Il paradosso dei cinesi: potentissimi ma poveri. Ma ecco cosa…

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Il paradosso dei cinesi: potentissimi ma poveri. Ma ecco cosa accadrà quando diventeranno ricchi

In appena 25 anni l’economia cinese è passata dall’undicesima alla seconda posizione mondiale. Quasi un terzo degli investimenti globali finiscono nell’ex Celeste Impero. E nel primo trimestre 2016, la Cina ha rappresentato ben il 47% dell’aumento mondiale del Pil, aggiungendo più “benzina” all’economia globale di Stati Uniti ed Eurozona messi assieme. Pechino è insomma, senza ombra di dubbio, la locomotiva della domanda mondiale.

A tutta questa potenza economica, però, non corrisponde altrettanta ricchezza. Anzi. Il paradosso dei paradossi, come sottolinea il recentissimo studio China and the world: New Frontiers, Fresh Connections di HSBC Global Research, è proprio quello del Pil procapite cinese, che resta ai livelli del Botswana o della Bulgaria. E' tuttora inferiore agli 8mila dollari, per di più con sensibili differenze a seconda delle zone: la ricca provincia del Tianjin supera i 16mila dollari, le grandi città come Pechino e Shanghai non sono lontane da queste cifre, ma la derelitta provincia del Gansu è appena a quota 4mila dollari.

«Mai il mondo aveva visto un’economia così grande e così povera allo stesso tempo», si legge nell’analisi di HSBC. Nonostante la sua colossale forza produttiva, Pechino resta infatti per alcuni aspetti un Paese in via di sviluppo, a un livello simile a quello del Giappone negli anni Cinquanta o della Corea negli anni Ottanta.

In realtà una classe media urbanizzata nel colosso asiatico esiste già. Considerando tale la fascia di popolazione che guadagna tra i 12 e i 50 dollari al giorno, scopriamo dall’analisi della banca britannica che già il 40% della popolazione cinese si potrebbe definire “middle class”. Ma quello che stupisce sono le prospettive: se ipotizziamo (e si tratta di un calcolo probabilmente per difetto) un aumento delle entrate delle famiglie del 6,5% l’anno tra il 2016 e il 2020, e del 6% tra il 2021 e il 2025, ecco che tra nove anni il 60-80% dei cinesi apparterrà alla classe media. Nel prossimo decennio l’adozione di corrette politiche di sviluppo porterà infatti a una robusta urbanizzazione (che ridurrà il gap tra città e campagna), a un grande sviluppo tecnologico e a una forza lavoro con un miglior livello di istruzione.

Questa sarà una rivoluzione copernicana per i consumi del Dragone. Oggi un cinese spende due terzi dei suo salario per mangiare, vestirsi e pagarsi un affitto (il doppio di un americano). Per contro, l’americano spende il 40% del suo stipendio in istruzione, cultura, tempo libero e altro, contro il 14% del cinese. Se è vero che l'anno scorso sono stati 120 milioni i cinesi che hanno viaggiato all’estero (il doppio della popolazione italiana, neonati compresi), cosa significherà il raddoppio della loro classe media per Paesi a vocazione turistica come il nostro? Quando la domanda cinese virerà verso i servizi e i prodotti ad alto valore aggiunto, riassume il report HSBC, a beneficiarne sarà l’export occidentale, finora rimasto in tono minore rispetto alle colossali esportazioni di materie prime provenienti dai Paesi emergenti e dirette verso il Dragone.

Al boom dei consumi cinesi non manca molto. Soprattutto se i policy makers (di Pechino e non) saranno in grado di fare le mosse giuste per accelerare lo sviluppo del gigante giallo, nel nome dell’abbattimento delle barriere protezionistiche e dell’apertura commerciale.

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