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Se ci sarà divorzio, sarà lungo e complicato

l’analisi

Se ci sarà divorzio, sarà lungo e complicato

BRUXELLES - Quale sia l’esito, il referendum inglese del 23 giugno rischia di creare dubbi sul futuro dell’Unione. Le principali istituzioni comunitarie stanno già preparando dichiarazioni rassicuranti e comunicati fiduciosi. Ma nei due casi il voto creerà nuove incognite sul processo di integrazione europea. In caso di vittoria di coloro favorevoli all’uscita del Regno Unito, il voto aprirà un doppio negoziato: sui termini del divorzio e sul futuro del rapporto di Londra con Bruxelles. Sono prevedibili tensioni tra i Ventotto.

L’establishment comunitario si aspetta il risultato all’alba del 24 giugno. È già previsto che i presidenti delle principali istituzioni comunitarie si riuniscano a metà mattina qui a Bruxelles per un primo confronto, con l’obiettivo di pubblicare un comunicato. All’incontro dovrebbero partecipare Donald Tusk (Consiglio europeo), Jean-Claude Juncker (Commissione europea), Martin Schulz (Parlamento europeo) e Mark Rutte (presidenza olandese dell’Unione).

«Fin da subito – spiega un alto responsabile europeo – ci affideremo alle banche centrali che nel caso di vittoria del Brexit saranno chiamate a calmare i mercati finanziari». Sia nel caso di un successo del Remain che nel caso di una vittoria del Leave, l’Unione sarà chiamata a un periodo segnato da molte incognite, soprattutto nel secondo dei due casi. Nella prima ipotesi, la palla passerà alla Commissione che sarà chiamata a proporre i due cambiamenti legislativi richiesti a suo tempo da Londra.

Il primo restrittivo sui contributi sociali ai figli e il secondo che introdurrà la possibilità di congelare il versamento di benefici previdenziali agli stranieri per un periodo di quattro anni nel caso vi sia un forte aumento del numero di immigrati in arrivo. Superata l’evenienza peggiore, ci sarà il tentativo di rafforzare l’unione monetaria per rispondere allo scossone del voto inglese. Elezioni in Germania e Francia nel 2017 indurranno però a una cautela che rischia di innervosire ulteriormente i mercati.

Nel caso di una vittoria del Leave, tutto sarà molto più complicato. In questo caso, la palla sarà nel campo inglese, che dovrà annunciare formalmente la volontà di lasciare l’Unione. È attesa una lettera. Ma quando verrà inviata? Il timore qui a Bruxelles è che l’esito del referendum possa creare turbolenze nel partito conservatore al potere e nello stesso governo Cameron. «Sarà l’attuale premier a mandare una lettera, o il suo successore?», si chiedeva di recente un esponente comunitario.

Non è neppure chiaro se il governo inglese si appellerà o meno all’articolo 50 dei Trattati, che regolamenta l’eventuale uscita di un paese dall’Unione. Il comma 4 della norma stabilisce infatti che una volta scattata la procedura ex articolo 50 il paese in uscita non partecipi più alle discussioni del Consiglio europeo. La scelta, quindi, non è banale. È da notare poi che l’intesa raggiunta da Londra in febbraio con i suoi partner non cita questo articolo dei Trattati (si veda Il Sole 24 Ore del 20 febbraio).

Diplomatici qui a Bruxelles fanno una netta differenza tra la pratica del divorzio e il negoziato sul nuovo rapporto della Gran Bretagna con l’Unione. Il primo capitolo è considerato impegnativo, ma non impossibile, anche se ci saranno da risolvere delicate questioni finanziarie. Nonostante sconti e facilitazioni, ottenute nel corso dei decenni, il Regno Unito rimane un contributore netto del bilancio comunitario 2014-2020. Bisognerà quindi ridisegnare l’intero pacchetto finanziario.

Il secondo capitolo, quello del futuro rapporto della Gran Bretagna con l’Unione, è considerato assai più complesso. «Sarà orribile», ammette senza giri di parola un diplomatico. Come si comporteranno i singoli partner? Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha detto al settimanale Der Spiegel: «Dentro è dentro. Fuori è fuori». Come dire che una volta usciti gli inglesi non beneficeranno più del mercato unico. Sono tutti d’accordo con questa prospettiva?

Molti paesi dell’Est vedono in Londra una sponda nelle trattative con i paesi della zona euro. Vorranno utilizzare il momento per strappare eventuali concessioni? L’Olanda è uno degli stati che più verrà penalizzato dall’uscita del Regno Unito dall’Unione. Avrà nelle trattative la stessa posizione (apparentemente) intransigente della Germania? Si capisce meglio perché in una intervista a Bild, Tusk ha detto di prevedere un negoziato settennale, che all’Unione rischia di fare più male che bene.

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