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Derivati, l’altro tallone d’Achille degli istituti tedeschi

L'Analisi|Europa

Derivati, l’altro tallone d’Achille degli istituti tedeschi

A ognuno il suo guaio. Perchè se le banche italiane hanno nelle sofferenze - crediti il cui recupero è sostanzialmente impossibile - il loro vulnus, quelle nord europee - e tedesche in particolare - trovano nei titoli derivati il loro “tallone d’Achille”. «Se andiamo a esplorare i derivati posseduti da banche tedesche e francesi scopriremo che i totali dell’attivo sono un multiplo del Pil dei loro paesi», sottolineava nei giorni scorsi in un colloquio con il Sole-24Ore il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina.

Il problema è che valutare i titoli di livello 3, come si chiamano i Cdo (collateralized debt obligation) o derivati scambiati fuori dai mercati regolamentati, è difficile. Si tratta di norma di strumenti complessi, disegnati su misura, e quindi difficili da prezzare. Di sicuro, la voce di bilancio nei grandi colossi bancari europei, più focalizzati sul trading e sull’investment banking che non sul credito a famiglie e imprese, è diventata tuttavia sempre più preoccupante dopo il crack di Lehman Brothers.

E manco a dirlo la Germania, in questo senso, spicca come uno dei casi più inquietanti in Europa. A destare allarme in particolare è il gigante Deutsche Bank, che a fine 2015 si ritrovava in pancia circa 42 mila miliardi di derivati lordi, circa 15 volte il Pil tedesco. Secondo la fotografia scattata dalla società di consulenza Prometeia alla vigilia dell’avvio della Vigilanza Unica, il rapporto tra gli asset illiquidi e il totale delle attività finanziarie del gruppo tedesco si attestava su un livello superiore al 70 per cento.

L’istituto di Francoforte, in verità, è in buona compagnia. Secondo le stime di Berenberg, se si guarda all’incidenza sul capitale e quindi a una misura della capacità di assorbire eventuali perdite da svalutazione, si scopre che Credit Suisse mostrava una quota di attivi di livello 3 pari al 133% del capitale core. Nel caso di Barclays, il dato toccava circa il 50 per cento. Giusto per fare un confronto, e capire come l’Italia su questo fronte sia (nel bene e nel male) lontana anni luce dagli eccessi della finanza derivata, basti pensare che nel caso delle principali banche italiane questi titoli valevano in media il 15% del core capital.

Il tema dei titoli di livello 3 è diventato ancor più di attualità negli ultimi giorni. Complici le vendite a pioggia sui titoli delle banche di tutta Europa, diversi osservatori hanno messo in evidenza la necessità di alleggerire il fardello di derivati che pesa sui bilanci di questi istituti. Vendere questi prodotti come detto però non è facile: i titoli derivati Otc sono titoli fortemente illiquidi, spesso perchè valutati con criteri discrezionali. L’opacità che caratterizza questi strumenti è legata ai criteri di misurazione del loro fair value, «determinato mediante modelli che utilizzano parametri non direttamente osservabili sul mercato e che quindi comportano stime e assunzioni», spiega Prometeia.

Il paradosso è emerso con evidenza nel corso dell’Asset quality review del 2014. In quell’occasione la Banca Centrale Europea si era proposta di verificare in profondità anche questa classe di attivi, valutando così oltre al rischio di credito, anche il rischio di mercato della banche. Nel corso dell’esame, tuttavia, ci si è resi conto della difficoltà di valutare in maniera omogenea le minusvalenze potenziali dei titoli strutturati. Simulare la svalutazione di un credito o di un titolo di Stato, e calcolarne le potenziali perdite per i possessori, è sicuramente più agevole che non verificare la tenuta di un titolo strutturato come un Cdo in uno scenario macroeconomico negativo. Ecco perché alla fine è stato più semplice concentrarsi sul rischio di credito, formato dai prestiti a famiglie e imprese, che nel frattempo, complice la crisi, era diventato il “male” delle banche italiane e periferiche. Con le conseguenze che ancora oggi pesano sui listini.

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