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L’avventura di Erdogan tra Mosca e Washington

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L’avventura di Erdogan tra Mosca e Washington

Cento anni orsono, in piena I guerra mondiale, l’accordo Sykes-Picot decretò la spartizione postbellica del Levante ottomano tra Francia e Gran Bretagna: era la manifestazione della fiera e aggressiva soggettività europea, di fronte alla quale la Siria e l’Iraq non rappresentavano altro che l’ennesima pietanza per i propri appetiti egemonici. Oggi è proprio dal disordine del Levante che sembra irradiarsi una forza preponderante capace di mettere a nudo l’impotenza europea, di trasformare ancora una volta l’assetto politico turco, di offrire a Russia e Stati Uniti un’opportunità di almeno parziale riavvicinamento. La sola cosa che non è cambiata è il prezzo che le popolazioni del Levante continuano a pagare.

È possibile che si stia concludendo la fase straordinariamente ambiziosa di Daesh (l’acronimo in lingua araba dell’Isis), di questo tremendo parassita opportunista che ha alimentato, nutrendosene e trasformandole, le guerre civili siriana e irachena. Forse davvero Raqqa è in procinto di cadere e la dimensione territoriale del califfato di al-Bahgdadi di tramontare. Quel che è certo, però, è che l’averne tollerato per un tempo infinito ed eccessivo l’esistenza ha consentito la sua “viralizzazione”, la possibilità di diventare una fonte di ispirazione “credibile” per tutti quelli che cercavano una bandiera alla quale appendere la propria lotta contro l’Occidente e i suoi simboli: poco importa se individuale o collettiva, se frutto di un lungo percorso di radicalizzazione o figlia di un’improvvisa conversione.

Piacerebbe poter pensare che l’Europa, o per maggior precisione le classi politiche europee fossero anch’esse scosse da questo malefico ghibli al punto di riuscire ad orchestrare una risposta politico-militare, certo, ma soprattutto culturale: intesa, quest’ultima, non come una rassicurante fuga dalla brutale miseria della realtà ma come capace di scuoterci da apatia, paura e rassegnazione. Perché ciò che servirebbe è un soprassalto culturale in grado di convincerci che i barbari non prevarranno, neppure con le loro “parole armate”, che non ci può essere nessuna libertà per i nemici della libertà, che la tolleranza non si applica agli intolleranti, tanto più a quelli che, mentre farneticano di paradisi in cielo, seminano l’inferno in terra. Avremmo bisogno di novelli Winston Churchill – Brexit o non Brexit – o per lo meno De Gaulle, e ci ritroviamo affidati a tanti Chamberlain e Daladier.

L’esplosione del Levante ha illuso Erdogan di poter intervenire da protagonista nella crisi siriana, anche per tamponare la rilevanza conquistata dai Curdi in Iraq: un obiettivo “minore” dopo la frustrazione delle sue ambizioni di esercitare una sorta di egemonia politico-culturale nella Tunisia e nell’Egitto delle primavere arabe. A tale scopo, ha condotto una politica estera avventuristica e dilettantesca, che ha esposto il Paese a un isolamento internazionale e a una radicalizzazione interna crescenti, ai quali solo recentemente ha cercato di porre rimedio con l’ennesima inversione di rotta. È significativo l’imbarazzato silenzio con cui, per ore, le cancellerie occidentali hanno seguito l’andamento del tentato “levantamiento” di venerdì sera. E se il golpe dei militari è fallito, state tranquilli che quello di Erdogan andrà a segno, e trasformerà la Turchia in un compiuto autoritarismo islamista plebiscitario.

La tempesta che scuote il Levante e la lotta contro il fondamentalismo islamista violento hanno condotto anche Washington e Mosca a cercare, e forse trovare, un’intesa che vada oltre il coordinamento delle azioni militari sul campo e prefiguri l’accettazione da parte americana di un ruolo russo nella regione, fermo restando il contrasto sull’Ucraina. A rendere tutto questo meno irrealistico concorre il legame sempre più stretto tra Putin e Netanyahu, che potrebbe offrire garanzia che il ritorno russo (e la probabile sopravvivenza del regime asadiano) non verrà capitalizzato da Teheran e da Hezbollah. E non è un caso che il cinico e scaltro presidente turco abbia subito fiutato il vento, riavvicinandosi tempestivamente a Mosca e Tel Aviv.

A quanto si direbbe, siamo di fronte a un innalzamento del livello dello scontro che sta “facendo selezione” tra i protagonisti, costringendoli ad adattarsi e adottare nuove strategie. Alcuni sembrano più attrezzati per farlo. Altri sembrano disposti a tutto pur di riuscire a consolidare la propria posizione, compresa la possibilità di sfruttare un maldestro tentativo di golpe per realizzare senza impicci un “colpo di stato bianco” (cioè da parte del potere). Altri ancora infine, ed è la nota più dolente per noi, non sembrano invece avere ancora deciso in che modo vogliono passare dalle prediche e dai sermoni all’azione necessaria per sopravvivere.

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