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Moïsi: «Contro il nemico in casa la società deve…

LA TESI DEL POLITOLOGO DELL’ifri

Moïsi: «Contro il nemico in casa la società deve israelizzarsi»

Il presidente francese Hollande, secondo da destra, con il rabbino capo francese, Haim Korsia (primo a destra)
Il presidente francese Hollande, secondo da destra, con il rabbino capo francese, Haim Korsia (primo a destra)

Per difendersi dal terrorismo interno, dal nemico in casa, senza imboccare la strada delle leggi speciali e quindi senza rinunciare alla propria tradizione di libertà e di apertura, la società francese deve “israelizzarsi”. È quanto sostiene da tempo, e con maggior vigore in questi ultimi giorni – dopo la strage di Nizza e il barbaro assassinio del prete in Normandia – il politologo dell’Ifri (Institut français des rélations internationales) Dominique Moïsi, esperto di geopolitica e di Medio Oriente.

«Questo non vuol certo dire – spiega Moïsi – che bisogna erigere muri, costruire barriere, consentire alla gente di armarsi o militarizzare le nostre città. Mi riferisco all’israelizzazione delle teste, degli stati d’animo, dei pensieri. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che siamo in presenza di una minaccia permanente, imprevedibile, vicina e comportarci di conseguenza. Sviluppando una sorta di sesto senso per il pericolo. Ci serve un maggior controllo sociale, nei quartieri, nelle scuole, nei locali che frequentiamo, nelle famiglie. In modo da percepire quello che non funziona – nelle parole, nei comportamenti – e può rappresentare un potenziale rischio. Che non dobbiamo sottovalutare, ignorare perché non ci riguarda ma invece notarlo e segnalarlo. Poi certo c’è bisogno di interlocutori sensibili, in grado di ascoltare, capire e reagire».

Il problema è che questo sesto senso gli israeliani l’hanno sviluppato nel corso di decenni, di generazioni, non è certo qualcosa che si può improvvisare. Ed è un modo di essere che non ci appartiene.

«Vero. Ma il fatto è che da noi c’è la radicata convinzione che si possa, si debba, vivere come sempre, come prima. E addirittura che questa è la risposta migliore alla minaccia terroristica, quasi un valore. E invece non possiamo, non dobbiamo continuare a vivere come prima, come se non fosse accaduto nulla. Perché il nemico approfitta proprio di questo nostro atteggiamento, del grande livello di apertura e direi anche di indifferenza della nostra società per colpire meglio e più facilmente. L’errore è pensare che non spetti a noi, anche a noi, proteggerci. Che questo compito sia delegato ad altri: lo Stato, la polizia. Bisogna invece capire, inserire quasi automaticamente nei nostri pensieri, che questa è anche una nostra responsabilità, di ciascuno di noi. Difendere la libertà e la democrazia è un compito di tutti. Quindi dobbiamo fare tutti qualcosa di più, usare le nostre antenne, esercitare le capacità di percezione di quanto ci accade intorno».

Ovviamente, secondo Moïsi, questo non basta. Deve essere accompagnato da almeno due altri cambiamenti. Il primo riguarda la politica: «Non è possibile, non è accettabile che gli attentati vengano strumentalizzati a fini politico-elettorali. L’obiettivo del nemico è chiaramente quello di dividerci e di spingere la nostra società verso un conflitto tra comunità, una sorta di guerra civile a bassa intensità che apra la strada del potere ai movimenti populisti e di estrema destra. Con l’auspicio che adottino politiche anti-musulmane, spingendo quella comunità a radicalizzarsi e ad aderire ai messaggi del fondamentalismo. Per evitare che questo accada è necessario preservare l’unità, la coesione, la compattezza. Solo così si trasmette all’opinione pubblica un segnale di fiducia, che solo insieme si può combattere un nemico comune rimanendo se stessi».

Ma c’è davvero il rischio di uno scontro intercomunitario, come in effetti alcuni dicono? «Penso che non vada sovrastimato ma credo che esista. Ci sono gruppi integralisti cattolici vicini all’estrema destra pronti a passare all'azione, se la situazione si aggrava. Gruppi che coltivano la prospettiva di una crociata anti-islamica». E il secondo cambiamento di cui parlava? «È quello che deve riguardare i servizi, la polizia, la giustizia. Serve una maggiore collaborazione e anche in questo caso una vera unità di intenti e di azione. Il terrorista di Saint-Etienne non era certo uno sconosciuto, gli elementi di pericolosità c’erano tutti. Eppure l’appello della Procura contro la libertà vigilata è stato respinto. Ed è solo l’ultimo caso di una lunga serie di controlli mancati, di segnali sottovalutati o ignorati. Questo non può e non deve succedere».

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