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Passo avanti (forse) decisivo per l’Iva indiana

LE RIFORME DI NEW dELHI

Passo avanti (forse) decisivo per l’Iva indiana

Potrebbe regalare all’economia indiana uno o due punti percentuali di crescita all’anno e promette di unificare quello che fino a oggi rimane un mercato segmentato. Soprattutto, permetterebbe al premier Narendra Modi di ridare smalto all’ormai offuscata immagine di riformatore. L’imposta sul valore aggiunto, dibattuta da almeno sedici anni e da altrettanto tempo ostaggio dei veti incrociati dei principali partiti politici, sembra aver fatto finalmente un decisivo passo avanti, anche se non ancora l’ultimo. È considerata una delle riforme più significative da quando il Paese ha intrapreso il percorso di liberalizzazioni, 25 anni fa.

Il cammino fatto e quello da compiere

L’introduzione di un’imposta nazionale sul valore aggiunto fu proposta in Parlamento per la prima volta nel 2000. Modi, che oggi spera di condurla in porto superando l’ostruzionismo del Congresso, vi si oppose nel 2014, quando, a parti invertite, a promuoverla c’era il partito dei Gandhi al Governo e il Bjp puntava i piedi. Con il sì arrivato a inizio agosto dalla Camera alta alla riforma costituzionale proposta dalla maggioranza, Governo federale ed Esecutivi statali potranno concordare le regole per varare un’imposta nazionale su beni e servizi. Dopo negoziati estenuanti, il sì è finalmente arrivato all’unanimità, grazie alla mediazione del ministro delle Finanze Arun Jaitley, che è riuscito convincere il partito del Congresso a scendere dalle barricate. Per farlo ha dovuto concedere alcune modifiche rispetto al testo già approvato dalla Camera bassa, che quindi dovrà esaminarlo di nuovo. Qui, però, Il Bjp di Modi ha una maggioranza tale da escludere sorprese.

Di seguito, la legge di riforma costituzionale andrà alle assemblee legislative dei 29 Stati indiani. Quando almeno 15 avranno approvato il testo, il Parlamento nazionale e quelli statali dovranno approvare un’altra legge che implementi il nuovo sistema fiscale. I suoi contorni, compresa l’aliquota di prelievo e i beni soggetti, sanno delineati da un consiglio composto da rappresentanti federali e statali.

Il Governo Modi vorrebbe tutto pronto per aprile, vale a dire l’inizio del nuovo esercizio di bilancio. I tempi sembrano stretti, ma partire nel 2017 o nel 2018 non cambia molto, dopo aver atteso tanto.

Come funziona oggi e cosa cambierà
Oggi l’India, che è in effetti una federazione, somiglia più all’Unione europea o al Nafta che non a uno Stato unitario per quanto riguarda il prelievo sul valore aggiunto. Anzi, spesso le cose sono più complicate quando si tratta di vendere in uno Stato un bene prodotto in un altro.

Il Governo federale tassa l’acquisto dei servizi, mentre i suoi 29 Stati tassano l’acquisto di beni al proprio interno. New Delhi, però, impone anche una tassa sulla produzione e un tributo del 2% sulla vendita di beni manufatti che avvengono attraverso i confini interni. Alcuni Stati a loro volta impongono altre tasse su beni di lusso e scommesse come pure sui beni che vengono “importati” da altri Stati indiani. Poiché una tassa non può essere scontata e portata a credito contro le altre, le imposte si accavallano e i beni prodotti in India finiscono per subire un prelievo fiscale del 25% circa. L’aliquota della futura Iva non è ancora stata decisa, ma sarà con ogni probabilità più bassa (forse sotto il 20%).

Oltre al carico tributario c’è poi un aggravio burocratico sul commercio tra i diversi Stati, dato che attraversando i confini interni i cargo devono sottostare a ispezioni che possono durare poche ore come qualche giorno, proprio come se stessero varcando frontiere internazionali. Piuttosto che sottostare a tutto questo, le aziende abbastanza grandi da poterselo permettere si dotano di una pletorica rete di impianti di produzione e di magazzini di stoccaggio sparsi per il Subcontinente, così da evitare scartoffie e balzelli. Una via d’uscita comunque costosa e insostenibile per le piccole imprese.

L’imposta nazionale sul valore aggiunto dovrebbe far sparire gran parte di questo intrico di tasse e burocrazia, aumentando al tempo stesso la base imponibile. Introducendo il sistema del credito fiscale sulle tasse già pagate dai fornitori, l’Iva dovrebbe rendere più difficile l’evasione, anche se poi esporrà il Paese al rischio delle frodi (che nella Ue valgono 50 miliardi di euro l’anno). Ne saranno avvantaggiate soprattutto le imprese che svolgono complesse operazioni attraverso gli Stati, come pure le multinazionali estere.

Inoltre, il prelievo sarà calcolato sul valore aggiunto dalle imprese e non sull’intero valore del prodotto comprato e venduto, come oggi accade, cosa che può rendere più conveniente importare un bene dall’estero piuttosto che acquistarlo da un altro Stato indiano. Molti industriali incolpano proprio questo meccanismo per il “nanismo” del settore manifatturiero, che rappresenta solo il 16-17% del Pil, la metà circa rispetto alla Cina.

Almeno inizialmente, alcool e petrolio resteranno fuori dalla nuova Iva e soggetti a tasse statali, mentre l’imposta sui servizi, attualmente al 15%, salirà rispetto al livello attuale.

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