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Da Charlotte a Baltimora, la spirale inarrestabile delle violenze

tensioni razziali negli usa

Da Charlotte a Baltimora, la spirale inarrestabile delle violenze

Le strade del centro di Charlotte sono state ripulite frettolosamente da macerie di auto danneggiate e vetrate rotte. Poliziotti hanno pattugliato marciapiedi preda di una calma surreale dopo due notti di proteste razziali degenerate in gravi scontri e saccheggi. Soldati della Guardia nazionale e agenti della sicurezza statale, mobilitati dalla dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governatore Pat McCrory per cercare di riportare l’ordine, hanno cominciato a prendere posizione, all’ombra dei grattacieli di Bank of America e Wells Fargo, tributo all’importanza economica della città, e dello stadio della quadra di pallacanestro degli Hornets, posseduta dal leggenda del basket Michael Jordan, simbolo della sua fama nazionale.

«Charlotte è open for business», aperta e al lavoro, ha detto il sindaco Jennifer Roberts. Malcelata, se comprensibile, menzogna che finge un miracoloso ritorno alla normalità. Le due grandi banche, alla pari di numerosi altre aziende, hanno lasciato casa giovedì migliaia di dipendenti. La normalità vera, quella è così rimasta lontana quanto un miraggio. La tensione difficile da sciogliere come il sangue che ha macchiato ancora una volta la “color line”, la barriera del colore, del razzismo aperto o strisciante, che i primi leader dei diritti civili americani avevano già denunciato come l’eredità più pesante, lo spettro più difficile da esorcizzare. E che tale resta negli Stati Uniti di Barack Obama, il primo presidente afroamericano. Un dimostrante, inizialmente dato per spacciato, rimane oggi sospeso tra la vita e la morte, abbattuto sul selciato da colpi sparati apparentemente da un altro civile durante i disordini. E sospesa, tra invocazioni dei leader municipali a rinunciare alla violenza e paura di nuove sommosse, rimane la principale città della North Carolina.

Il capo della polizia locale, Kerr Putney, a sua volta un afroamericano, ha dato il bilancio della nuova esplosione sociale: 44 arresti per aggressione, violazione di proprietà privata, mancato rispetto degli ordini di disperdersi. Ulteriori fermi sono possibili, alla luce dell’esame di filmati sulle violenze. Almeno quattro agenti feriti nelle seconda notte dopo i 16 della prima, anche se nessuno gravemente. E ha detto che ieri notte in città ci sarebbero stati “diverse centinaia” di agenti e soldati in più con una missione “molto più attiva”.

La normalità sfugge non solo e tanto per queste fiere statistiche. Sfugge anzitutto perché Charlotte non è sola. Non è un caso isolato. L’uccisione di Keith Lamont Scott è ancora avvolta in circostanze da chiarire: la polizia ha assicurato che aveva un’arma e ha rifiutato di posarla costringendo gli agenti, arrivati sul posto per eseguire un altro arresto, che lo hanno accostato a sparargli. E dice che i video, che ora verranno visionati dal sindaco ma per ora non saranno resi pubblici, lo confermano. La famiglia sostiene che aveva solo un libro e stava aspettando il figlio all’uscita da scuola. Scott è stato però preceduto all’obitorio la scorsa settimana da un ragazzino tredicenne, Tyre King, freddato con “molteplici proiettili” a Columbus in Ohio da poliziotti che lo hanno scambiato per un rapinatore e la sua pistola giocattolo per una vera Smith & Wesson. E dall’uccisione a Tulsa in Oklahoma di Terence Crutcher, che pure nei video mostra di aver alzato le mani in segno di resa e cooperazione dopo esser stato fermato in auto da un agente. A Baltimora, infine, è morto giovedì un altro afroamericano, Tawon Boyd, 21 anni e disarmato quando cinque agenti, giunti nel suo appartamento dopo una segnalazione, lo hanno affrontato e immobilizzato a terra. È finito in coma, i familiari parlano di un
uso eccessivo e ingiustificato della violenza.

A Charlotte la morte di Scott, che avesse o meno una pistola, a torto o a ragione, è diventata la nuova goccia che ha fatto traboccare un vaso sempre colmo di tragedie. Che spesso, in passato, sono passate sotto silenzio, seppellite nei quartieri afroamericani ancora così separati da quelli “bianchi”.

Il North Carolina è di per sé stato-emblema dei pesanti interrogativi razziali. Diviso tra vecchio e nuovo, tra il vecchio sud, con tre delle più povere comunità d’America, e il nuovo dei parchi tecnologici e universitari, tra chi rimpiange i Confederati e passa leggi per stabilire l’uso dei bagni secondo il sesso anagrafico e gli immigrati progressisti degli stati settentrionali. Non per nulla è oggi conteso, voto per voto, da Hillary Clinton e Donald Trump, la prima in vantaggio enorme nei consensi delle minoranze, il secondo di altrettanto tra i bianchi meno istruiti.

Qualcuno ha detto che la questione oggi va al di là delle tensioni razziali, è la distanza tra chi ha potere e chi è impotente, tra ricchi e poveri, riconosciuta dallo stesso Donald Trump (seppur con l’agghiacciante iperbole con la quale ha sostenuto che la comunità afroamericana è oggi nelle peggiori condizioni di sempre, piegando la realtà non solo del successo di molti neri ma dell'era terribile della schiavitù, del Ku Klux Klan e di Jim Crow, al servizio del proprio odio politico per Obama). Altri affermano che il nodo è l’epidemia delle armi facili, comprese riproduzioni troppo fedeli, in mano alla popolazione - ci sono più pistole e fucili che cittadini in America e rendono pericoloso il mestiere di poliziotto. Tutto vero. Ma vera è anche la “color line”.

Vera è la lunga e persistente cultura di discriminazione e di abusi ai danni delle minoranze all'interno delle stesse forze dell'ordine, che rende irrilevante l'identità dei singoli poliziotti (l’agente che ha sparato a Scott e il capo della polizia di Charlotte sono afroamericani). Questo dramma attraversa migliaia di divertimenti di polizia locali, privi di standard nazionali per il ricorso alla forza come ha ricordato Hillary Clinton, e spesso senza adeguata supervisione da parte della magistratura nel rispetto dei diritti civili. Per scoprirlo basta ricordare le troppe vittime afroamericane degli ultimi anni, troppo spesso del tutto innocenti, che oggi fanno nuovamente esplodere la tensione. Da New York a Baltimora, dal Minnesota al Delaware, dalla Florida alla Louisiana. Come troppo pochi, pochissimi, sono gli agenti perseguiti per simili drammi.

Mancate accuse, assoluzioni e tribunali incapaci di raggiungere verdetti sono la regola, non l’eccezione. Nessuno alla fine è stato trovato colpevole nel noto caso a Baltimora quando hanno caricato su un furgone Freddie Gray guidando all’impazzata nella notte fino a rompergli, letteralmente, l’osso del collo. Nessuna irregolarità nella presa proibita con cui un poliziotto di New York ha strangolato Eric Garner su un marciapiede di Long Island perché vendeva sigarette di contrabbando. Di converso agenti sono caduti vittima di imboscate, da Dallas a New Orleans fino ieri a Philadelphia, in una spirale che rischia di apparire inarrestabile. Una realtà che oggi minaccia di creare sempre più profonde ferite nei rapporti tra “black and blue”, tra le comunità afroamericane e le forze dell’ordine. Dove quello che non può essere contrabbandato è il ritorno a una normalità senza ambiziose riforme, che coinvolgano gli agenti di polizia e le comunità afroamericane. Una normalità che, altrimenti, troppo spesso diventa letale.

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