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Sarraj-Haftar, lo scontro tra i due uomini forti della Libia

TRIPOLITANIA E CIRENAICA

Sarraj-Haftar, lo scontro tra i due uomini forti della Libia

(Afp)
(Afp)

Da un punto di vista formale, l'annuncio pare clamoroso. Il Consiglio di Stato insediatosi a Tripoli eserciterà il potere legislativo sostituendosi al Parlamento di Tobruk, in Cirenaica. A prendere una posizione così forte è stato ieri il vice presidente del Consiglio di Stato Mohamed Muazeb. Non c'era altra scelta, ha sottolineato, precisando di «essere obbligato ad esercitare tutte le prerogative del Parlamento (di Tobruk, ndr) citate nell'accordo politico».

In realtà sul terreno le cose non cambiano di molto. Si ripete, forse si amplifica, la stessa storia: quella di una Libia spaccata in due. Quella di Tripoli contro Tobruk, della Tripolitania contro la Cirenaica. E si ripete lo scontro tra i due uomini oggi più influenti nell'ex regno di Muammar Gheddafi: Fayyez Sarraj, premier del Consiglio presidenziale e di quel Governo di accordo nazionale (Gna) ancora non formato, e il generale Khalifa Haftar, l'uomo più potente della Cirenaica le cui ambizioni da tempo non sono più un segreto, anche se mai dichiarate.

La reazione di Tobruk: un golpe
Immediata, e prevedibile nei toni, la replica della Camera dei rappresentanti, vale a dire il Parlamento di Tobruk. Il cui portavoce, Abdallah Belihak, non ha esitato a definire la decisione di Tripoli un «tentativo di golpe contro la dichiarazione costituzionale dell'accordo politico» . «È in contraddizione con i principi in base al quale il Parlamento è l'unico potere legislativo nel Paese secondo gli articoli 12 e 13 dell'accordo politico. Sono tentativi miserabili e ripetuti che sono contrari al popolo libico e alle sue scelte dopo l'elezione del Parlamento nel 2014», ha concluso Belhak. La Comunità internazionale è schierata da sei mesi con il Governo di accordo nazionale a Tripoli. Ma tra i due rivali chi ha ragione?

Un intricato rompicapo politico
Per quanto il Parlamento di Tobruk sia stato sconfessato da molti Paesi occidentali, la ragione non sta tutta da una parte. Perché la Camera dei rappresentanti fu eletta dal popolo libico nel giugno del 2014, seppure con un'elezione non troppo rappresentativa. Si insediò subito a Tripoli, ma quando la coalizione islamica “Alba libica”, guidata dalle forze di Misurata, conquistò la capitale, nell'agosto del 2014,gli onorevoli libici fuggirono in Cirenaica, a Tobruk, vicino al confine con l'Egitto. Da allora la Camera dei rappresentanti viene chiamata Parlamento di Tobruk. Per differenziarlo da quello parallelo - e islamico - insediatosi a Tripoli lo stesso agosto e di tendenze politiche vicine alla Fratellanza musulmana. Tobruk allora godeva del sostegno della Comunità internazionale che lo riconosceva come il solo rappresentativo e legittimo della Libia. E ha goduto di questo riconoscimento fino agli accordi di Skhirat, nel dicembre 2015, in cui veniva sancito la creazione di prossimo Governo di unità nazionale formato da entrambe le fazioni che potesse traghettare il Paese durante la transizione. Ma il nome del generale Haftar non compare. Né nel Governo né nel futuro esercito della Libia unita (ancora da venire). I rappresentati di Tobruk non tollerano di gestire la Nuova Libia con politici islamisti. E da allora non hanno mai accordato la fiducia al Governo di accordo nazionale insediatosi a Tripoli a fine marzo. Il passo che legittimerebbe formalmente Tripoli per poi essere seguito dallo scioglimento del Parlamento di Tobruk per votarne un altro.
In verità il Consiglio di Stato è un organo istituzionale consultativo, previsto dall'accordo politico siglato in Marocco al fine di rafforzare il controllo sulle nuove autorità. Può esprimere pareri vincolanti al governo di unità prima che vengano trasmessi al Parlamento. Ma quest'ultimo potrà decidere se accettare o meno le opinioni del Consiglio di Stato.

Il compromesso da fare con Haftar
Se potesse, la Comunità internazionale farebbe volentieri a meno di Tobruk e soprattutto di Haftar, che sulla Camera dei rappresentanti esercita una grande influenza. Ma deve fare i conti con la realtà. La Cirenaica non è sotto il controllo di Tripoli, Haftar dispone di un'agguerrita armata - definita da Tobruk «esercito libero nazionale» -, di ben 20mila soldati. Ha dalla sua l'appoggio di Egitto ed Emirati Arabi. E soprattutto da una decina di giorni controlla i maggiori terminal per l'export di petrolio, in Cirenaica. «Condanniamo la chiusura dei porti petroliferi e l'operazione di Haftar», ha aggiunto il vicepresidente del Consiglio di Stato. «Il Consiglio di Sarraj si deve assumere la gestione del settore petrolifero». In realtà Haftar, con una mossa scaltra, da consumato politico, controlla sì militarmente il porto ma ne ha affidato la gestione alla compagnia petrolifere nazionale Noc. E mercoledì ha autorizzato a partire un petroliera con un grande carico destinato all'Italia dal terminal di Ras Lanuf. Da questo porto non partivano carichi dal 2014. Ieri altre petroliere hanno caricato.

La nuova proposta di Kerry e Gentiloni
Ecco perché , in uno scenario così complesso, occorre cautela. Lo sa bene l'inviato dell'Onu per la Libia, Martin Kobler, insiste nell'arrivare a una soluzione di compromesso. Dopo aver specificato di essere «preoccupato», per la «decisione unilaterale» del Consiglio di Stato” Kobler ha dichiarato. «Le istituzioni libiche devono lavorare insieme mano nella man. Nessuno approfitti della fragile situazione che sta vivendo il Paese».

Anche il comunicato diffuso della riunione ministeriale sulla Libia co-presieduta dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni e dal segretario di stato americano John Kerry è improntato ad una nuova soluzione di compromesso per riportare i due Governi rivali della Libia al tavolo negoziale: «Chiediamo al Consiglio presidenziale di presentare un nuovo Gabinetto che deve essere approvato dalla Camera dei Rappresentanti, l'autorità legislativa dello Stato, e chiediamo alla stessa Camera di sostenere la riconciliazione nazionale riunendo tutti i membri del Parlamento e rispettando il suo dovere di tenere un voto libero sul Gabinetto e sull'emendamento costituzione per trasformare l'Accordo Politico Libico (Lpa) in legge senza ritardo». Quindi sembrerebbe che sia chiesto di presentare una lista di ministri che possano trovare il consenso di Tobruk. In grado dispianare la via per la transizione. Ed è singolare che agli occhi dei Paesi occidentali il Parlamento di Tobruk, finora di fatto sconfessato, sia tornato essere «l'autorità legislativa dello Stato». Il comunicato ha poi tracciato la linea per la costruzione della nuova Libia. «Nel corso del prossimo anno, il Governo di accordo nazionale libico deve preparare una transizione pacifica verso un governo permanente ed eletto. Chiediamo con forza che l'Assemblea Costituzionale completi il suo lavoro e presenti il progetto di Costituzione libica per il referendum nel 2017».

Crolla l'export di greggio. La Libia vicina al collasso
Il crollo dell'export petrolifero si sta trascinando ormai da troppo tempo. Negli ultimi tre anni la media produttiva è stata di circa 350-400 mila barili al giorno, meno di un quarto rispetto ai livelli precedenti la rivoluzione. L'economia della Libia è in ginocchio. «Non è un segreto che siamo sulla strada di un collasso finanziario», ha detto a France Presse, il presidente della compagnia petrolifera nazionale (Noc) , Mustafa Sanalla nella capitale Tripoli. «Stiamo andando avanti con una previsione di spesa con un enorme deficit e abbiamo speso la metà delle nostre riserve in questi ultimi anni». Tutti lo sanno. La Libia ha bisogno del suo petrolio. Prima che sia troppo tardi.

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