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Il piano B di Donald Trump: star in un reality show

il reality delle presidenziali

Il piano B di Donald Trump: star in un reality show

Pupazzi fatti a immagine di Trump in vendita in Texas
Pupazzi fatti a immagine di Trump in vendita in Texas

NEW YORK - Che le cose non vadano bene per Donald Trump lo dice l’attivismo del genero, Jared Kushner: secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi Kushner avrebbe portato nella fase operativa un progetto che Trump accarezzava da qualche tempo, addirittura dal gennaio scorso quando se ne parlo’ per la prima volta: creare una nuova rete conservatrice/populista con un reality show di cui lui sarà la star centrale. Le indiscrezioni riprese dalla NBC e dal Financial Times anticipano che Kushner, editore fra le altre cose del settimanale newyorchese The Observer, abbia già avuto degli incontri con Aryeh Bourkoff fondatore e amministratore delegato della Lion Tree, una piccola banca d’affari newyorchese, per discutere di un business plan, organizzare i finanziamenti, trovare i soci e soprattutto il canale su cui lanciare la nuova rete.

La campagna di Trump ha smentito più volte che il candidato repubblicano stia pensando a un passaggio a tempo pieno nel settore media: «Siamo concentrati sulla vittoria a novembre per la Casa Bianca, la storia di un progetto media è priva di fondamento», ha detto Stephen Bannon, il capo della campagna Trump. Ma proprio Bannon sarebbe un co-protagonista dell’operazione: resta il presidente esecutivo di Breitbart News, il sito ultrapopulista di destra che controlla anche un programma radio di grande successo fra gli attivisti dell’estrema destra americana. Non solo, Roger Ailes, l’artefice del successo di Fox News, il programma news di Rupert Murdoch e di Newscorp, ha rotto alcuni mesi fa con Fox e Murdoch dopo accuse di molestie sessuali e si è unito a Trump. Ailes ha creato dal nulla un impero mediatico multimiliardario che ha rivoluzionato lo scenario politico americano. I tre rappresenterebbero dunque un potente raggruppamento di expertise, contatti, popolarità per dare assoluta credibilità a un progetto di questo genere.

Il corollario, come si diceva in apertura, è che Trump stesso deve aver concluso che le sue chances di vincere le elezioni a novembre contro Hillary Clinton sono sempre più basse. E dunque, se da una parte in campagna reagisce in modo aggressivo denunciando elezioni truccate o insinuando che Hillary Clinton si droga prima dei dibattiti, dall’altra forse sta davvero già pensando al dopo.
Non tutti però hanno gettato la spugna, Rudy Giuliani ad esempio, ex popolarissimo sindaco di New York e non altrettanto popolare candidato alle primarie repubblicane del 2008, è convinto che Trump possa ancora farcela: «C’è in corso un attacco coordinato dei media, un assassinio del carattere di un uomo che può cambiare il Paese per il vantaggio del popolo e contro gli interessi dei poteri forti - ha detto Giuliani - Eppure, nonostante gli attacchi i suoi indici di gradimento sono scesi in media di molto poco. Questo significa che l’ondata popolare che l’appoggia non si farà fuorviare dalle menzogne».

Le menzogne. È questo il tema centrale di Trump alla vigilia dell’ultimo dibattito presidenziale di mercoledì. È stato il suo cavallo di battaglia nei comizi degli ultimi giorni: le donne che lo hanno denunciato hanno mentito e c’è chiaramente in atto un complotto contro di lui. Un complotto che include alcuni suoi compagni del partito repubblicano. Ecco perché le denunce di elezioni che saranno truccate, di voto rubato alle urne, ecco perché il messaggio alla sua base di andare a controllare i seggi elettorali. Il tono del messaggio torna ad essere aggressivo, minaccioso, cosa che ha scatenato in effetti la reazione di molti repubblicani. Anche perché fare un paragone fra la democrazia americana a dittature sudamericane degli anni Settanta non ha alcun fondamento.

Il processo elettorale americano nella maggioranza dei casi è trasparente al punto di essere ingenuo. Ma Giuliani ricorda che a Filadelfia, proprio in elezioni presidenziali di alcuni anni fa, fu certificato un furto di voti: «Si è scoperto che uno degli elettori era morto dieci anni prima», ha detto Giuliani. I democratici a loro volta non possono dimenticare le elezioni del 2000 quando il voto della Florida, troppo vicino per determinare un chiaro vincitore, impose un nuovo conteggio determinante per attribuire i voti elettorali di quello stato e superare la soglia dei 270 voti necessari per conquistare la Casa Bianca. Alla fine vinse il repubblicano George W. Bush contro il democratico al Gore, e soltanto dopo un intervento della Corte Suprema. Quest’anno non dovrebbero esserci incertezze come quelle del 2000, almeno, per quel che ci dicono sondaggi: secondo il Wall Street Journal il distacco fra Hillary e Trump è ormai di 11 punti. Il rischio piuttosto è che alcuni degli attivisti vadano ai seggi elettorali per intimidire e picchiare, come hanno fato capire alcuni. Ma a questo non vogliamo neppure pensarci perché potrebbe essere un “hit” in un reality show, ma un pessimo spettacolo di chiusura per le elezioni più controverse nella storia recente americana.

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