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L’immobilismo dell’Europa e le polveriere ai confini

L'Editoriale|Europa

L’immobilismo dell’Europa e le polveriere ai confini

Non fosse andato in scena così tante volte, nel passato vicino e lontano, lo spettacolo dell’inedia europea, dell’insostenibile leggerezza di una politica estera comune di fatto inesistente, la replica in cartellone ieri a Lussemburgo avrebbe potuto suscitare speranze invece di un corposo scetticismo che sconfina pericolosamente nella noia.

Eppure il momento non è di quelli che ammettono drastiche assenze e divisioni cementate in routine immutabili. Fino all’altro ieri, fidando sulla forza del legame transatlantico e sulla benevolenza del contribuente americano, l’Unione poteva ancora illudersi di abdicare alle proprie responsabilità continentali senza doverne pagarne un grande scotto. Ripiegando sul ruolo nobile di “soft power”, una specie di Robin Hood ubiquo nella lotta per il rispetto di valori umani sommi come pace, libertà, eguaglianza e democrazia. Ma poi alla prova della realtà smascherato nella sua ipocrisia.

Circondata da troppe polveriere ai confini, dall’Ucraina alla Siria finendo in Libia, minacciata da un’instabilità permanente che per ora le rovescia addosso centinaia di migliaia di profughi e immigrati ma domani non si sa, stressata dalla nuova aggressività militare mista ad attivismo diplomatico della Russia di Putin, dal ritorno di tensioni da guerra fredda tra Mosca e Washington con l’aggravante dell'empatia calante tra le due sponde dell’Atlantico e gli Stati Uniti tentati dal neo-isolazionismo chiunque conquisti la Casa Bianca l’8 novembre, l’Europa dovrebbe dare una svolta alla propria vita e riprogrammarsi il futuro. Con estrema urgenza.

Non ci riesce. Oltre alla volontà politica, sembra ormai venirle meno perfino la cultura dell’agire insieme.

E così ieri a Lussemburgo i suoi ministri degli Esteri non hanno smentito la consolidata tradizione dei cori di deprecazione collettiva e appelli alla moderazione, come se bastassero a fermare l’orrore della macelleria di Aleppo.

Nessun rincaro delle sanzioni alla Russia, invitata però a fare «tutti gli sforzi per porre fine ai bombardamenti indiscriminati da parte del regime siriano, ripristinare una tregua delle ostilità, aprire subito corridoi umanitari e creare le condizioni per una transizione politica credibile e inclusiva». Sarà.

Ironia di sicuro non casuale vuole che, mentre gli europei limavano le parole del comunicato di Lussemburgo in vista del vertice dei 28 capi di Governo dell’Unione giovedì e venerdì a Bruxelles, il generale russo Sergei Rudskoi li precedesse annunciando, proprio per giovedì e d’intesa con i siriani, una pausa umanitaria dei combattimenti di 8 ore per consentire l’invio di aiuti ai civili assediati ad Aleppo. Proposta subito bocciata come insufficiente dall’Onu. Non dall'Ue.

Le forti pressioni inglesi e francesi nonché americane per una ferma condanna di Mosca, da rafforzare con il varo di nuove sanzioni, si scontrano con il muro delle cautele tedesche, le forti perplessità italiane («irrealistiche e inattuabili» dice il ministro Paolo Gentiloni) e il rifiuto aperto di altri. Aperture invece sul rafforzamento (più facile) delle sanzioni ai siriani.

Dove può andare l’Europa comunitaria senza una linea comune di politica estera, figuriamoci un credibile progetto di euro-difesa attuabile in tempi non biblici, in un continente violentato dalle guerre e dal domino dell'instabilità?

Putin ne conosce tutte le debolezze e anzi provvede ad accentuarle ricorrendo alla pirateria informatica e al finanziamento dei partiti anti-sistema, nazionalisti ed euroscettici che scuotono le democrazie europee incoraggiandone indecisionismo e disorientamento alla vigilia di una lunga stagione elettorale.

Nel 2107 andranno alle urne anche Francia e Germania. Poi le incognite del cambio della guardia alla Casa Bianca, con le ombre russe che aleggiano sulla candidatura di Donald Trump. Per non parlare della Cina e della sua scalata alla cabina di regia dell’ordine mondiale.

Se tutto questo non basta a far uscire l’Europa dal fervido immobilismo politico-diplomatico in cui si ostina a galleggiare, la sua condanna all'irrilevanza, regionale prima che globale, appare meritata ma, peggio, rischia di diventare davvero irreversibile.

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