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Pena di morte: in Giappone qualcosa di muove

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Pena di morte: in Giappone qualcosa di muove

Finalmente qualcosa si muove in Giappone sul fronte di un percorso verso l'abolizione della pena di morte o almeno di una moratoria. In questi giorni le iniziative di sensibilizzazione sulla questione che la Comunità di Sant'Egidio promuove a Tokyo presso la Dieta da cinque anni con l'appoggio dell'Unione Europea si sono svolte in una atmosfera di relativo ottimismo, dopo che la Federazione degli Avvocati giapponesi si e' pronunciata ufficialmente per la prima volta contro la pena capitale.

Un film su un errore giudiziario
Una decisione - quella dei mondo legale - arrivata sulla scia di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 48 anni – molti dei quali nel braccio della morte – e scarcerato due anni fa per il fondato sospetto che alcune prove a suo carico erano state manipolate dalla polizia. Sulla sua vicenda all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo - nell'ambito del convegno “No Justice without Life” promosso dalla Comunita' di Sant'Egidio il giorno dopo il meeting alla Dieta – e' stato proiettato il film-documentario “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, che narra la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell'adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento. Era presente la sorella di Hakamada, Hideko, che per quasi mezzo secolo ha sempre lottato perche' l'innocenza del fratello venisse riconosciuta.

Segnali incoraggianti
“Due anni fa avevo iniziato a parlare con la Federazione degli Avvocati giapponesi – afferma Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari sociali della Camera -. Abbiamo incoraggiato la possibilita' di una presa di posizione pubblica ufficiale, che e' arrivata questo mese. Un fatto storico, in un Paese dove tra l'altro la conoscenza del problema e' in realta' molto scarsa”.
Sono 104 Paesi hanno abolito la pena di morte (contro i 60 di 20 anni fa) e una quarantina non la applicano da almeno 10 anni pur prevedendola nel loro sistema giuridico. Lo scorso anno sono stati 25 le nazioni che hanno effettuato esecuzioni capitali, tra cui il Giappone (unico – con alcuni stati degli Usa – tra i Paesi del G7, anzi tra i 35 Paesi Ocse, visto che in Corea del Sud non si fanno esecuzioni dal 1997). Ma un cambiamento potrebbe essere vicino, magari – come suggerito dal Congresso degli avvocati - nel 2020, quando il Paese ospitera' le Olimpiadi e il Congresso delle Nazioni Unite sulla Prevenzione dei crimini e la giustizia penale. “Il Giappone ha una grande attenzione a quello che il mondo pensa del Giappone – osserva Marazziti – Il mondo non sa che il Giappone ha la pena di morte: quando lo scopre si stupisce. Credo che il fatto di stare in compagnia di Paesi come Corea del Nord, Cina – con cui il Giappone e' sempre in competizione -, Arabia Saudita, Somalia tra i Paesi che usano la pena di morte, e non con Europa, Canada, Australia, buona parte degli Stati Uniti, sia qualcosa che possa avere una influenza sulla classe dirigente giapponese”.

Pena di morte: in Giappone gli avvocati contro

“Anche se rispetto a 5 anni fa il numero dei parlamentari giapponesi aderenti alla lega per l'abolizione presieduta dall'onorevole Shizuka Kamei e‘ calato, si e' allargato il numero dei partiti che partecipano in modo ufficiale alle discussioni che promuoviamo e che si dicono favorevoli a una revisione del sistema giuridico - dice Alberto Quattrucci, della Comunita' di Sant'Egidio – Varie personalita' hanno detto che sarebbe una vergogna se nel 2020, quando sono attesi in Giappone 40 milioni di stranieri, ancora il Paese eseguisse condanne alla pena capitale”.
Sant'Egidio ha in corso da trent'anni contatti con il mondo religioso giapponese, tanto che all'incontro delle religioni di Assisi per la pace di tre settimane fa 120 partecipanti venivano dal Sol levante ( “Siamo stati anche invitati a collaborare per la preparazione del 30esimo anniversario della preghiera interreligiosa del Monte Heiei che si terra' nell'agosto 2017”, dice Quattrucci).
Il vicepresidente della Soka Gakkai, Tamotsu Sugiyama, al Convegno all'Iic ha sottolineato che il partito appoggiato dall'organizzazione buddista, il Komeito, e' schierato contro la pena di morte, anche se fa parte della coalizione di governo con il partito Liberaldemocratico del premier Shinzo Abe: proprio in questo ruolo di alleato filo-governativo, puo' cercare di esercitare una influenza importante sul processo di revisione del sistema penale anche al fine di introdurre una moratoria.

In 124 nel braccio della morte
Ci sono 124 persone nel braccio della morte in Giappone, una per ogni milione di giapponesi. E sono 89 i condannati che chiedono al revisione del processo. Dall'avvio dell'esecutivo guidato da Shinzo Abe, a fine 2012, le esecuzioni sono state 16. Quest'anno “solo” due. Secondo la legislazione vigente, 18 reati sono punibili con l'impiccagione.
“E' molto chiaro che il caso di Sagamihara, del folle Uematsu che ha ucciso accoltellando 19 disabili il 26 luglio scorso, e' totalmente al di fuori di ogni possibile tipo di contenimento dato dalla pena, tanto piu' quella capitale che, soprattutto in questi casi, non farebbe altro che esaltare il rischio e quindi moltiplicare l'attrazione per vivere tali drammatiche ‘avventure'”, ha detto Quattrucci nell'intervento presso la Dieta riferendosi a un recente caso di cronaca che ha sconvolto il Paese. “Sentiamo la pena capitale in Giappone come una stridente contraddizione con tanti, troppi aspetti della cultura e della tradizione di questo amato Paese che, in altri campi della vita sociale e civile, continua a esprimersi in favore della difesa dei diritti umani e sul grande valore della vita”, ha aggiunto Quattrucci, citando in particolare il recente impegno manifestato da Tokyo nella confernza TICAD a Nairobi per lo sviluppo dell'Africa.

“La pena di morte e' irrilevante rispetto alla sicurezza e alla difesa della vita umana – ha detto nel suo intervento Marazziti – E' senza logica rispetto al crimine. Ma rischia di essere un simbolo potente di cultura di morte e un residuo del passato”. Come il mondo puo' imparare dal Giappone il rifiuto e l'orrore per la follia nucleare, ha aggiunto Marazziti “e' importante che il Giappone sia piu' vicino all'Europa e all'Occidente su questo punto e che senta l'affetto di un amico europeo, di un paese europeo, dell'Unione Europea, che viene a dire che il Giappone puo' essere migliore, piu' forte e piu' stimato nel mondo senza pena di morte”.
La questione dei sondaggi
L'obiezione secondo cui i sondaggi (con domande, tra l'altro, tendenzialmente suggestive) indichino che la maggioranza dei giapponesi e' favorevole, per Marazziti non regge: basti pensare che gli stessi sondaggi nella sostanza indicano che se il governo procedesse verso un percorso di moratoria e poi di abolizione, la maggioranza dei cittadini accetterebbe il cambiamento. E' quindi un problema di scelta e saggezza politica: “E non e' un fatto di cultura la differenza sulla pena di morte tra Europa e Giappone: un Paese che rinuncia completamente a una cultura di morte e' anche un paese piu' forte anche di fronte al terrorismo, perche' non da' ragione alla logica della paura”, ha concluso Marazziti. L'ultimo dei sondaggi governativi quinquennali ha comunque indicato una percentuale dell'80,3% al mantenimento dello status quo; tuttavia circa il 40% non ha escluso cambiamenti in futuro e il 37,7% si e' dichiarato abolizionista nel caso venisse introdotto l'ergastolo senza possibilita' alcuna di scarcerazione.

Gli avvocati contro
Nel congresso svoltosi a Fukui, il 6 ottobre la Japan Federation of Bar Associations, che raggruppa 37mila avvocati e centinaia di altri operatori legali, ha emesso una dichiarazione (546 voti a favore su 786 partecipanti) che chiede l'abolizione della pena capitale entro il 2020, citando in particolare il “crescente trend internazionale” abolizionista e la possibilita' di errori giudiziari. Su quest'ultimo punto, gli attivisti per i diritti umani hanno spesso fatto notare come problematico il fatto che in Giappone il 99% dei processi penali si concluda con la condanna, molto spesso basata sulla confessione (che potrebbe essere estorta nelle fasi iniziali della detenzione preventiva senza garanzie). Inoltre le modalita' del trattamento dei condannati a morte e dei loro familiari (dall'isolamento costante al mancato preavviso sul giorno dell'esecuzione) costituiscono anch'esse un problema di rispetto dei diritti fondamentali: gia' nel 2009 Amnesty International ha accusato il Giappone di trattamento “crudele, inumano e degradante” dei condannati a morte per alcuni aspetti procedurali. Il Congresso dei legali propone come alternativa l'ergastolo, il che richiederebbe comunque modifiche legislative piu' ampie (ad esempio, un innalzamento del termine di 10 anni oltre il quale anche un ergastolano puo' essere ammesso alla semiliberta').

Le nazioni unite contro
Per il World Day against the Death Penalty (10 ottobre) il segretario dell'ONU Ban Ki- moon ha invocato l'abolizione della pena di morte in ogni circostanza e in tutti i luoghi, in quanto “pratica crudele e disumana” che “non ha spazio nel XXI secolo”. Intanto in Giappone c'e' chi non demorde e chiede la revisione di processi anche a distanza di decenni dalle esecuzioni. “Non c'e solo il caso Hakamada – afferma Ryuiji Furukawa del tempio Seimeizan Schweitzer di Kumamoto – Altri condannati a morte sono stati poi scarcerati. E io proseguo la battaglia di mio padre perche' sia riaperto il “caso Fukuoka”. Anche se sono passati oltre 40 anni dall'esecuzione di un innocente”.

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