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Bce verso il tapering o la proroga degli acquisti? La parola a Draghi

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Bce verso il tapering o la proroga degli acquisti? La parola a Draghi

Janet  Yellen e Mario Draghi al G-7 in Giappone nel maggio scorso (Epa)
Janet Yellen e Mario Draghi al G-7 in Giappone nel maggio scorso (Epa)

Tapering, o espansione? La conferenza stampa del presidente della Bce Mario Draghi, dopo la riunione di ottobre del consiglio direttivo, ruoterà con tutta probabilità attorno a questo interrogativo: cosa accadrà alla fine di marzo, quando dovrebbe completarsi il programma di quantitative easing? Gli acquisti di titoli saranno estesi nel tempo, oppure si procederà a una loro graduale riduzione (il tapering)?

Il tema è diventato attuale, sui mercati, dopo la pubblicazione di una notizia dell'agenzia Bloomberg, secondo la quale ci sarebbe un consenso di massima su come concludere il quantitative easing: una riduzione graduale degli acquisti, a un ritmo di 10 miliardi al mese a partire dagli attuali 80. Qualcosa di molto simile dunque al tapering della Fed. La notizia citava come fonte alcuni funzionari anonimi della Bce, ma non dava alcuna data: nessuna indicazione – anzi – sul fatto che l'eventuale tapering dovesse scattare già ad aprile. La Bce, da parte sua, ha risposto ripetendo quanto aveva già detto Draghi in almeno due occasioni: il tema non è stato discusso dal consiglio direttivo. Tutto lascia pensare, dunque, che si tratti di una discussione tecnica e di un consenso per ora tecnico.

I mercati hanno però registrato la notizia dando peso alla possibilità che a marzo il quantitative easing davvero finisca. Proprio mentre si discuteva – e anche questo tema potrà tornare in conferenza stampa – se fosse possibile ampliare gli acquisti modificando i vincoli tecnici finora esistenti: il massimo acquistabile per emittente, i limiti collegati alle quote di capitale detenute dalla Bce nei singoli paesi (il capital key) e così via. È immaginabile – se la Bce vuole plasmare le aspettative sulle sue mosse e spingere i mercati a muoversi nella direzione da lei auspicata – che il dilemma sia sciolto venga dato prima di marzo. Difficile che avvenga a ottobre. È probabile invece che l'appuntamento di dicembre, con la pubblicazione delle nuove proiezioni dello staff Bce su crescita e inflazione, sia il momento adatto.

La riunione di ottobre, la penultima dell'anno, potrebbe limitarsi – a parte ritocchi tecnici, sempre possibili –a dare qualche chiarimento sui tempi delle decisioni, come è già avvenuto in passato. Sembra da escludere, in ogni caso, un ritocco dei tassi, in questa occasione e nel futuro: come nota Marco Valli di Unicredit, sia Peter Praet che Yves Mersch, componenti del board, hanno lasciato intendere che la Bce non rivedrà la sua politica monetaria in termini che possano danneggiare il settore bancario. Tassi sui depositi ancora più negativi (oggi sono al -0,40%) potrebbero avere questo effetto. Nel comunicato introduttivo si continuerà però a parlare di tassi “ai livelli attuali o più bassi”, ma solo per segnalare un orientamento di politica monetaria che potrebbe diventare anche più espansivo, se necessario.

Importante, per decifrare le possibili mosse future, sarà capire come la Bce giudica il timido rialzo dell'inflazione di settembre: +0,4%, dopo il +0,2% di agosto. Potrebbe sembrare un segno di quell'accelerazione dei prezzi che i governatori aspettano e prevedono, ma in realtà – come Draghi, in fondo, ha sempre ammesso – si tratta di un prevedibile rimbalzo tutto legato al costo dell'energia, un anno fa meno cara. È più una variazione dei prezzi relativi (dell'energia rispetto ad altri beni) che un generalizzato aumento dei prezzi. L'inflazione di fondo, core, è rimasta infatti ferma al +0,8% e non dà al momento segni di ripresa, e i prezzi dei beni industriali continuano a muoversi a un ritmo dello 0,3% segnalando – nota Fabio Fois di Barclays – che il sostegno derivante dai passati deprezzamenti dell'euro sono terminati. (il cambio effettivo, nei confronti delle valute dei principali partner, è in lievissimo rialzo da qualche mese).

Draghi, nelle precedenti conferenze stampa, ha però dato l'impressione di dare una certa importanza anche al solo aumento dell'indice di inflazione, pur legato a fattori tutti matematici (base effect) di un singolo comparto non influenzato dalla politica monetaria. Un atteggiamento spiegabile con la correlazione che è stata individuata, in alcune fasi, tra l'andamento dell'indice e le aspettative di inflazione. Al momento però – come segnalano gli analisti di Oxford Economics – le misure di mercato di tali attese, dopo il rimbalzo dai minimi di luglio, sembrano stabilizzate e puntano a un'inflazione all'un per cento per i prossimi cinque anni. Neanche la crescita dà segnali inequivocabili. Per la Bce, l'andamento del pil – malgrado quanto si creda comunemente – è molto importante perché una sua accelerazione crea pressioni sui prezzi, oltretutto piuttosto intense e rapide (almeno prima della Grande recessione del 2009). Gli ultimi dati della produzione industriale di agosto hanno registrato un balzo interessante, ma a settembre l'indice Pmi composito elaborato dalla Markit, che misura “qualitativamente” l'attività economica di quel mese, è sceso ai minimi dall'inizio del quantitative easing.

Non sembrano dunque esserci i presupposti per preparare, anche solo in termini per così dire ipotetici, un'inversione di marcia della politica monetaria (che questa possa aver raggiunto i suoi limiti è, evidentemente, un problema diverso). L'inflazione, intesa come aumento generalizzato dei prezzi, non è ripartita e la produzione, in senso lato, non dà segnali certi di accelerazione, malgrado gli incoraggianti dati di agosto. La Bce, però, potrebbe interpretare altrimenti le prospettive economiche di Eurolandia, e la sua valutazione su quanto è successo nelle ultime sei settimane sarà dunque molto preziosa per decifrare le sue mosse future.

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