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Germania, l’uscita dal nucleare costerà 23,6 miliardi di euro ai gestori delle centrali

Il ministro tedesco dell’Economia e dell’energia Sigmar Gabriel e Angela Merkel
Il ministro tedesco dell’Economia e dell’energia Sigmar Gabriel e Angela Merkel

FRANCOFORTE. Vede la linea del traguardo in Germania l’uscita dall’energia nucleare decretata cinque anni fa dal cancelliere Angela Merkel dopo il disastro nella centrale di Fukushima in Giappone.
Il Governo ha presentato ieri un disegno di legge che quantifica i costi della chiusura delle centrali, che dovrà avvenire entro il 2022, e dello stoccaggio delle scorie nucleari. I quattro operatori, le tedesche Eon e Rwe e la più piccola EnBW, e la svedese Vattenfall, saranno chiamati a pagare 23,6 miliardi di euro, dei quali 17,4 sono già stati accantonati dalle società elettriche in un fondo che passerà ora sotto il controllo statale. Gli altri 6,2 miliardi di euro rappresentano un “premio al rischio” per far fronte ad eventuali costi aggiuntivi dello stoccaggio delle scorie.

Dopo il pagamento, che potrà avvenire anche a rate, dopo un primo versamento pari al 20% della somma dovuta all’entrata in vigore della legge, che il Governo conta possa avvenire all’inizio dell'anno prossimo, la responsabilità legale passa interamente allo Stato. Questo, secondo le associazioni ambientaliste tedesche, rappresenta un enorme rischio per il Governo se i costi di stoccaggio dovessero nel frattempo aumentare. Il nucleare rappresenta oggi il 14% circa dell’energia prodotta in Germania, contro il 31% all’inizio del millennio.

Il vicecancelliere, Sigmar Gabriel, responsabile anche dell’energia, ha sostenuto invece che la proposta governativa fa sì che i costi non gravino interamente sui conti pubblici, ma al tempo stesso non mettano in pericolo la situazione economica delle società coinvolte. Queste hanno contestato l’entità della somma da pagare fin dalla primavera scorsa, quando la cifra di oltre 23 miliardi di euro è emersa dalle conclusioni di uno studio realizzato da una commissione di esperti di nomina pubblica. Ieri, Eon, attraverso una nota, ha espresso soddisfazione soprattutto per il fatto che la vicenda arrivi a conclusione, rimuovendo così un grave fattore di incertezza. La società stima in 10 miliardi di euro la sua quota. Nei mesi scorsi, Eon aveva ventilato la possibilità di un aumento di capitale da 2 miliardi di euro per finanziare gli oneri dell’uscita dal nucleare. La Vattenfall, che è controllata dal Governo svedese, ha indicato in 1,75 miliardi di euro la quota di sua pertinenza. Rwe e EnBW non hanno specificato quale sia l’importo che spetta a loro.

Le società elettriche tedesche sono da tempo sotto pressione, non solo per l’uscita dal nucleare, ma anche per il piano del Governo, cosiddetto Energiewende, o cambiamento energetico, di aumentare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, che ha portato molte delle loro centrali convenzionali, alimentate a gas e a carbone, a incorrere in perdite a fronte dell’energia “verde” fortemente sussidiata. Eon ha chiuso il 2015 in perdita e Rwe ha cancellato il dividendo. Le due principali società hanno risposto con operazioni di scissione: Eon ha messo in uno spinoff, Uniper, le sue centrali convenzionali, e lo ha quotato il mese scorso alla Borsa di Francoforte, mentre Rwe ha quotato la settimana scorsa Innogy, nella quale ha conferito la produzione da rinnovabili e la trasmissione.

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