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Piano Juncker, Italia in testa nei finanziamenti

le vie della ripresa

Piano Juncker, Italia in testa nei finanziamenti

Jean-Claude Juncker (Ap)
Jean-Claude Juncker (Ap)

Le iniziative a favore delle Pmi trainano il Piano Juncker e l’Italia è al primo posto tra i beneficiari. Lo rivela l’ultima fotografia scattata dalla Banca europea per gli investimenti sul programma che ha preso le mosse nell’aprile 2015. A venti mesi dalla conclusione della prima fase, prevista per la metà del 2018, sono state approvate 361 operazioni per un valore complessivo di 24,9 miliardi. Grazie al cosiddetto “effetto moltiplicatore” queste misure hanno consentito di attivare investimenti per oltre 138 miliardi, pari al 44% rispetto all’obiettivo finale. Con 56 operazioni, tra prestiti, equity e garanzie per oltre 2,5 miliardi e 21 miliardi di investimenti attivati, l’Italia è prima tra i Paesi Ue, con una fetta che rappresenta il 15% della torta complessiva.

A tirare la volata sono state le garanzie a favore dell’accesso al credito per le Pmi sotto l’ombrello del Fei, il Fondo europeo per gli investimenti, che ha approvato 227 operazioni per un valore di 7,5 miliardi rispetto all’obiettivo di 12 miliardi da realizzare alla fine del periodo. Questo ha consentito di attivare 60 miliardi di investimenti rispetto ai 75 miliardi previsti, raggiungendo quasi l’80% rispetto all’obiettivo prefissato. «Tanto che la nostra dote iniziale di 5 miliardi - spiega l’amministratore delegato del Fei, Pierluigi Gilibert - è stata recentemente incrementata di ulteriori 500 milioni, visto il rapido sviluppo delle attività a favore delle Pmi». Cambia di conseguenza anche l’obiettivo di investimenti attivati da raggiungere: non più 75 miliardi, ma 82,5 miliardi entro la metà del 2018. «Se guardiamo alla pipeline dei progetti in corso - osserva Gilibert - possiamo prevedere di oltrepassare la quota dei 75 miliardi già entro giugno 2017 per raggiungere la nuova soglia entro fine anno, coprendo la totalità dei paesi Ue».

In Italia sono 38 le operazioni realizzate attraverso il Fei con banche di piccole e medie dimensioni e Confidi: 31 sono già state firmate, mentre 7 hanno già ottenuto l’ok e sono in attesa della sigla definitiva. Il valore totale delle garanzie è di 509 milioni, in grado di generare investimenti per oltre 15 miliardi. L’Italia guida la classifica dei beneficiari, seguita a distanza da Francia e Germania, a pari merito con 18 operazioni ciascuna. Il Fei fornisce garanzie alle banche assumendosi il rischio per i finanziamenti concessi alle Pmi. In questo modo si alleggerisce il peso sui bilanci delle banche che hanno molta liquidità, ma spazi ristretti per aumentare le esposizioni più rischiose e si favorisce l’accesso al credito da parte delle imprese.

Con l’innalzamento della dote per il Fei passa invece da 16 a 15,5 miliardi il “tesoretto” a disposizione della Bei, che finora ha approvato a livello europeo 134 operazioni per un valore di 17,4 miliardi rispetto ai 49 miliardi stimati entro la metà del 2018. Grazie all’effetto leva questi sono stati in grado di generare investimenti per 78,2 miliardi rispetto ai 240 stimati alla fine del periodo, pari al 32% dell’obiettivo di fine periodo.

Il Piano Juncker ha debuttato proprio con un’operazione in Italia - il finanziamento da 100 milioni di euro per l’azienda siderurgica Arvedi che ha beneficiato dell’ombrello della Bei (si veda Il Sole 24 Ore del 1° febbraio 2016) - e la sigla più recente, per un finanziamento di 100 milioni a Dolomiti Energia, è invece arrivata giovedì scorso. In tutto finora sono 18 le operazioni approvate: di queste 10 sono già state siglate, mentre altre 8 hanno già avuto il via libera del board della Bei ed entro breve arriverà la firma dell’accordo per un valore di finanziamenti di poco superiore ai 2 miliardi con 5,5 miliardi di investimenti attivati. Numeri che fanno balzare l’Italia al primo posto della classifica, scalzando il primato della Gran Bretagna.

IL BILANCIO DI META' PERCORSO DEL PIANO JUNCKER
Dati in miliardi. (Nota: dati al 12 ottobre 2016; Fonte: Bei)

Il Piano Juncker sarà sufficiente per rimettere in moto la macchina degli investimenti? «Non vuole essere la panacea per risolvere tutti i problemi dell’Europa - spiega Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei e presidente del Fei, reduce da un seminario in Campania sul tema -, ma è un segnale importante e ha già portato i primi risultati significativi». Per dare un’idea dei possibili effetti Scannapieco cita l’aumento di capitale della Bei da 10 miliardi realizzato nel 2012, «che ha prodotto un aumento del Pil europeo dello 0,8%». Oggi, aggiunge, «il gruppo Bei è fiducioso di poter centrare gli obiettivi, ma per poter cogliere queste opportunità occorre identificare progetti credibili, rafforzare le competenze tecniche della pubblica amministrazione, coinvolgere i capitali privati e avere un quadro chiaro di regole».

La Commissione Ue ci crede e il mese scorso ha presentato una proposta di regolamento per estendere la durata del piano di due anni e mezzo (fino alla fine del 2020, cioè il termine dell’attuale quadro finanziario pluriennale). Questo richiederà anche una maggiore dotazione rispetto alla scadenza iniziale per arrivare a un obiettivo di investimenti attivati di oltre 500 miliardi di euro. Restano però da sciogliere alcuni nodi legati al finanziamento dell’iniziativa. La nuova cornice deve essere approvata da Consiglio Ue ed Europarlamento.

Per novembre è atteso il parere di un valutatore esterno, poi il Consiglio Ecofin del 6 dicembre dovrebbe trovare un accordo sulla propria posizione negoziale, mentre il cantiere è aperto all’Europarlamento. «Per la prima versione del Piano Juncker ci sono voluti quattro mesi e mezzo - spiegano dalla Commissione Ue - e speriamo che si proceda anche questa volta altrettanto rapidamente».

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