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I tagli fiscali di Trump e l’impatto sui tassi

le attese per la «rivoluzione delle tasse»

I tagli fiscali di Trump e l’impatto sui tassi

La nomina di Donald Trump è stata accompagnata in Europa dal timore che il nuovo presidente si facesse trascinare dai suoi peggiori istinti non solo in politica estera ma anche in quella economica: chiudendo le frontiere ai commerci, revocando la regolazione di Wall Street e attaccando l’autonomia della banca centrale. Ora i timori riguardano anche i suoi istinti migliori. Trump intende infatti realizzare il più ampio taglio alle tasse dai tempi di Ronald Reagan, riducendo l’aliquota massima per le imprese dal 35% al 15% e portando quella per gli individui al 33%. Secondo gli economisti di Brookings, si tratta di una politica insostenibile che farebbe crescere il deficit Usa al 5-6% del Pil entro la legislatura.

Toglierebbe spazio agli investimenti pubblici e beneficerebbe soprattutto lo 0,1% più ricco dei contribuenti aumentandone il reddito del 14%. L’impulso di breve durata alla domanda, sommato alla prospettiva di un aumento del debito pubblico del 25% entro il 2026, farebbe anche aumentare i tassi d’interesse in America e forse in tutto il mondo.

Per l’economia europea si tratta di una prospettiva inquietante. Nell’Ue non è facile coordinare le politiche fiscali nazionali e sarebbe impossibile inseguire le aliquote di Trump che metterebbero fuori mercato perfino i tentativi di dumping di Londra e Dublino. Ma soprattutto, la concorrenza fiscale americana farebbe deragliare i deboli tentativi di elaborare una politica comune basata sul rilancio degli investimenti. La settimana scorsa la Commissione Ue ha proposto agli Stati (recalcitranti) una «politica di bilancio positiva» con uno stimolo dello 0,6% annuo del Pil. Un impulso permanente di questo tipo darebbe fiducia agli investitori privati, mettendo fine a un decennio di errori. Ma dover rincorrere le aliquote americane può togliere lo spazio al rilancio coordinato degli investimenti in tutta l’euro-area.

L’elezione di Trump investe in pieno uno dei grandi cambiamenti intellettuali che ispirano il governo dell’economia, una di quelle variazioni di rotta che avvengono poche volte ogni secolo. Da pochi anni stava prendendo piede una nuova visione, finalmente pragmatica, della politica economica. Dopo una discesa durata trent’anni, il fatto che i tassi d’interesse d’equilibrio si siano avvicinati allo zero ha svuotato la convinzione che la politica monetaria fosse il solo e unico modo efficace per dare stabilità all’economia e si è riscoperta l’utilità di coordinarla con una politica attiva di bilancio.

Erano tre decenni che il sostegno della domanda attraverso la spesa pubblica veniva considerato a priori inefficace per una questione di ritardi tra le decisioni e gli effetti delle politiche; per il timore inoltre che ogni spesa pubblica corrispondesse a futuri aumenti di tasse per i cittadini e per le imprese; e infine perché un eccesso di debito pubblico avrebbe fatto aumentare i tassi d’interesse spiazzando gli investimenti privati. Questa visione corrispondeva a un’idea molto negativa della politica, dove la spesa pubblica era soprattutto spreco, furto o strumento elettorale. Un’idea che, gli italiani lo sanno bene, è spesso confermata dall’esperienza. Tanto che proprio in Italia si era valorizzata l’idea che i tagli alla spesa pubblica favorissero la crescita, anziché frenarla. Ma che non può cancellare a priori ogni riflessione sull’impiego migliore di tutti gli strumenti della politica economica.

L’esperienza della crisi europea aveva ovviamente già costretto a considerare gli effetti della politica di bilancio in modo più pragmatico, tenendo conto del buon senso e delle conferme empiriche di un certo volume di ipotesi sugli effetti positivi per la crescita di maggiori spese e di minori tasse. Ma ciò che ha davvero modificato il quadro interpretativo è stato l’azzeramento prolungato dei tassi d’interesse che escludeva effetti di spiazzamento della spesa privata come conseguenza dell’aumento della spesa pubblica e del ricorso a maggiore debito. Al contrario si è tornati a pensare che sostenendo la crescita, una maggiore spesa pubblica potesse catalizzare gli investimenti privati. La chiave di tutto resta una semplice equazione di sostenibilità del debito pubblico: se il livello dei tassi d’interesse è inferiore al tasso di crescita dell’economia, il rapporto tra debito pubblico e Pil scende. Essendo i tassi vicini a zero – e forse non per un breve periodo – una crescita indotta tende a sostenere se stessa.

Questa nuova convinzione ha coinvolto le economie avanzate e quelle a più vasta influenza sull’economia mondiale. Nel 2017 ci si aspetta aumenti di spesa in Cina (1% del Pil), Giappone (0,5%), Germania (0,3%), Gran Bretagna (0,7%), Francia (0,5%) e Italia (0,3%). Un impegno simile per più anni potrebbe disperdere il senso di incertezza che sta frenando gli investimenti in tutto l’Occidente – in Italia più che in ogni altro luogo – in relazione all’eccesso di risparmio.

Il tassello mancante erano gli Stati Uniti. Prima del voto si prevedeva che la politica di bilancio fosse frenata da un Congresso ostile al presidente. Ma la vittoria di Trump ha capovolto le attese: i tassi d’interesse sono saliti in attesa di deficit più alti, maggiore crescita e ripresa dell’inflazione, ma non si è certi dell’efficacia di uno stimolo condotto prevalentemente attraverso tagli alle tasse, anziché attraverso investimenti. Se i tagli alle tasse, beneficiando i contribuenti più ricchi, facessero aumentare il risparmio non darebbero il contributo sperato al coordinamento globale. Al contrario lo renderebbero più difficile, creando condizioni di competizione tra i governi.

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