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Regeni, ecco che cosa può e deve fare l’Italia

L'Analisi|nebbia fitta al cairo

Regeni, ecco che cosa può e deve fare l’Italia

Al Cairo l’anno finisce come era incominciato: la fitta nebbia che circonda il tragico caso di Giulio Regeni dal suo inizio non si dirada. L’intervista al capo del sindacato dei venditori ambulanti sull’edizione araba di Huffington Post, è un altro goffo esercizio di disinformazione come erano state molte altre versioni dei fatti: Giulio morto in un incidente stradale, Giulio vittima di gelosie gay, Giulio ucciso da una banda di rapinatori.

L’ultima è un tentativo, già provato in precedenza, di dimostrare che Giulio era un agente segreto alla fine ucciso dalla stessa centrale di spionaggio occidentale che lo aveva mandato al Cairo. Il sindacalista degli ambulanti è un fedele informatore della polizia del Cairo: lo ammette lui stesso. Nell’Egitto di oggi sotto il regime poliziesco e brutale che lo governa, ogni cittadino è un potenziale informatore del sistema. Chi si rifiuta di esserlo finisce in galera.

In questo clima è naturale che un egiziano spaventato, interpreti come sospette le domande che Giulio faceva svolgendo il suo lavoro di ricercatore. Nell’Egitto di oggi, appena descritto, qualsiasi domanda di un giornalista o di un ricercatore universitario è guadata con sospetto nel clima di paura che il regime dell’ex generale al Sisi ha creato. Il sindacalista-informatore sostiene che Giulio faceva domande riguardanti la sicurezza nazionale: ma, di nuovo, nell’Egitto militarizzato di oggi ogni cosa riguardi la quotidianità ha a che vedere con la sicurezza nazionale.

Proprio perché questo è il clima in Egitto, dove ogni tema affrontato da uno straniero tocca le corde sensibili della sicurezza egiziana, quei docenti inglesi che incaricarono Giulio di svolgere la ricerca, dovrebbero sforzarsi di provare qualche senso di colpa. Chiunque avesse una qualche conoscenza delle vicende politiche egiziane non poteva non sapere lo stato di tensione nel quale il giovane italiano avrebbe lavorato.

Da ultimo, dobbiamo chiederci cosa debba fare l’Italia. Fatti salvi l’ottimismo del Presidente del consiglio e il lavoro dei giudici italiani, le ultime novità pubblicate da Huffington Post non offrono motivi di speranza. Il regime non intende fare piena luce sull’assassinio di Giulio Regeni perché ne è coinvolto. Sarebbe tuttavia velleitario pensare di rompere le relazioni diplomatiche con l’Egitto: perché sono rapporti antichissimi e proficui, e perché il pieno boicottaggio diplomatico, politico ed economico di un solo paese – per di più una media potenza come la nostra – non avrebbe effetto. Servirebbe a qualcosa se fosse un congelamento della comunità internazionale, quanto meno della Ue. Ma sappiamo che nessuno ci seguirebbe. Anzi: alcuni dei nostri migliori alleati come francesi e tedeschi stanno approfittando delle nostre difficoltà economiche con l’Egitto.

Anziché rompere le relazioni diplomatiche, l’Italia dovrebbe continuare a mantenere il profilo basso che sta perseguendo. Ma rimandando il nostro ambasciatore, da tempo richiamato a Roma. Il nostro, Giampaolo Cantini, che non ha ancora messo piede al Cairo, dovrebbe occupare il suo posto a Garden City, sede della nostra ambasciata al Cairo. Se il compito di un ambasciatore non è quello di organizzare cocktails né di offrire Ferrero Rocher, ma di far valere con autorevolezza il punto di vista italiano, soprattutto in tempi difficili, il posto in cui dovrebbe essere Cantini è all’ambasciata italiana dei Cairo, il nostro avamposto in Egitto.

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