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Trump, primo braccio di ferro con il Congresso

L'Analisi|il presidente eletto e la politica degli «incidenti»

Trump, primo braccio di ferro con il Congresso

Anche nel giorno in cui si è insediato con solennità il nuovo Congresso a maggioranza repubblicana, Trump ha voluto giocare da protagonista: ha litigato con la base repubblicana, ha attaccato la General Motors e ha incassato un “favore” dalla Ford: certi investimenti messicani si faranno in America!

Aspettiamoci dunque una dialettica a più sponde e sempre a sorpresa fra Donald Trump, Parlamento e mondo degli affari. Aspettiamoci un dialogo selettivo ora coi repubblicani ora coi democratici a seconda delle tematiche o direttamente con gli ad di grandi multinazionali, come è successo ieri con la polemica sulla General Motors che importa una parte dei modelli Chevy Cruz dal Messico. E aspettiamoci un confronto “muscolare”: dopo gli attacchi alla Boeing per un Air Force One troppo caro e poi alla Lockheed Martin, per i costi esorbitanti del nuovo caccia F-35, è toccato al settore dell’auto. Ma tutti, GM inclusa, hanno risposto a tono. «Sign Presidente, forse non ha un quadro completo della situazione», è stata la linea rispettosa ma chiara del “corporate America”.

Con la Ford è andata meglio: gli impianti per la produzione della Lincoln in Kentucky non andranno in Messico. Di nuovo Trump ha dato la notizia via twitter: “Lo dovevo al grande stato del Kentucky che mi ha dato fiducia”, ha scritto. Sta cambiano tutto insomma, sul piano dei rapporti, delle scelte di policy e su quello della comunicazione in un vortice di notizie che si susseguono senza la tradizionale pianificazione per dare contesto ad ogni azione, ad ogni proposta di legge. E non possiamo immaginare che dopo la scadenza più attesa, quella del 20 gennaio quando Barack Obama passerà i poteri a Donald Trump in Campidoglio le cose cambieranno. Sul piano politico il presidente eletto ha usato un tweet anche per attaccare la base repubblicana per aver deciso, senza preavviso e come sua prima azione, di ridimensionare l’ufficio etico del Congresso. Una decisione presa in segreto alla “conferenza repubblicana” e contro i desiderata della leadership del partito. Trump ha subito menato fendenti: «Ci sono cose più urgenti da fare che ridimensionare l’ufficio etico», ha scritto. E ha vinto di nuovo: la base ha fatto marcia indietro. Il messaggio è chiaro l’obiettivo di deputati e senatori in effetti dovrebbe essere quello di preparare i primi 100 giorni di Trump, per consentirgli di deregolamentare, cambiare il codice fiscale, nominare un nuovo giudice per la Corte Suprema, smantellare (almeno in parte) Obamacare. E dunque, sempre più, con l’avvicinarsi dell’ingresso di Donald Trump nell’Ufficio Ovale si sente a Washington, ma anche a Wall Street, negli ambienti industriali e dei sindacalisti una ricorrente domanda di fondo, come sarà questa nuova presidenza? Efficace? Debole? Incerta? Maldestra? Ingenua? Pericolosa?

Come abbiamo imparato nel 2016 i campi magnetici non consentono più alle varie bussole della politica di indicare direzioni chiare e dunque per molti americani (e non!) quel 20 di gennaio sarà solenne anche per l’ingresso formale nell’era delle incertezze e dell’ostruzionismo permanente. Incertezze perché Trump è imprevedibile, mutevole ma anche pragmatico. Tracciare un percorso preciso sulla base dei suoi programmi e delle sue promesse diventa difficile quando basta un tweet per annunciare nuove posizioni inattese, come ha fatto ieri tre volte. Per l’ostruzionismo abbiamo già visto in azione Barack Obama, deciso a difendere le sue prerogative e la sua eredità politica. Sappiamo che da qui ai prossimi giorni introdurrà una serie di regole, alcune inutili, altre più permanenti, per scoraggiare Trump a cambiare le decisioni della sua amministrazione ora in materia di ambiente ora in materia sociale. Ad esempio, la proibizione di estrazioni minerarie dalle cime delle montagne entrerà in vigore proprio il 20 di gennaio ma potrà essere annullata dei repubblicani al Senato. Il blocco di estrazioni petrolifere al largo della costa atlantica invece sarà di più difficile rimozione. Tutto dipende spesso da oscuri tecnicismi parlamentari e giuridici.

C’è poi l’ostruzionismo “strisciante” di forte impatto mediatico. Durante l’inaugurazione è previsto un “petardo” “anti inaugurazione” un concerto a Miami con il gotha delle star americane. Titolo: “We the People”. L’organizzatore Mark Ross è deciso ad avere più ascolti delle dirette da Washington per la cerimonia di giuramento di Donald Trump in Campidoglio. Anche perché all’inaugurazione di star vere non ce ne saranno. Tutto ok, ma che nell’era della confusione democratica un gruppo di cantanti di successo possa pensare di sostituirsi all’esito (già controverso per spie e spioni) delle urne, la dice lunga sullo stato del conflitto politico in America.

Dico questo perché pensando al futuro, agli scenari economici e geopolitici imprevedibili che porterà l’amministrazione Trump occorre registrare ma anche ridimensionare questa resistenza strisciante delle varie “intellighenzie” della sinistra contro l’esito elettorale. Un altro esempio, un altro “petardo”, è in programma il giorno dopo l’inaugurazione, sabato 21 gennaio, è prevista la marcia di un milione di donne nella capitale americana. Una marcia che per ora non ha un motivo di protesta identificabile se non quello déjà vu del Trump promotore volgare della donna oggetto. Ma questo lo sapevamo anche prima delle elezioni e lo sapevano il 53% delle donne bianche che hanno votato per lui l’8 novembre scorso. Lo si sapeva persino dal 6 agosto del 2015, primo dibattito presidenziale, quando Megyn Kelly di Fox News ricordò a Trump con un fendente inatteso di aver apostrofato le donne con termini come “maiale, cagne, animali”. Lo sapevamo anche dal video scandalo diffuso l’8 di ottobre, a un mese dalle elezioni. Eppure Trump ha vinto lo stesso.

Questo contesto è essenziale per poter distinguere, guardando in avanti, fra i problemi reali e quelli effimeri per Trump. Le dimostrazioni o i concerti per strada avranno enorme cassa di risonanza anche sulla stampa nostrana, ma lasceranno il tempo che trovano. È pensabile intimorire Trump? No. Sappiamo, come abbiamo visto ieri che andrà avanti per la sua strada e che anzi capitalizza quando ci sono manifestazioni contro la sua “scorrettezza politica”. Infatti molti democratici sono convinti che sarebbe stato meglio aspettare alcune decisioni politiche concrete per dare più efficacia e seguito a dimostrazioni.

I problemi per Trump non verranno perciò né dalle velleitarie decisioni dell’ultima ora di Obama né dalla protesta organizzata in piazza. Verranno semmai nel contesto istituzionale, verranno dalla minoranza democratica in Parlamento e da alcuni “nemici” nel partito repubblicano. Cominciamo dal Senato, determinante per alcuni voti. I repubblicani hanno una maggioranza di 52 seggi contro i 46 dei democratici. Ma per alcune decisioni, ad esempio, per un giudice in Corte Suprema o per cambiare le regole del Senato occorre una maggioranza qualificata di almeno 60 voti. Occorre perciò che 6 senatori democratici e 2 indipendenti votino coi repubblicani. Per le nomine presidenziali per la nuova amministrazione basta invece una maggioranza semplice. Ma i democratici hanno trovato il modo per ritardare l’avvio del dibattito sulle nomine. Non hanno gradito il “congelamento” della scelta di Barack Obama per la Corte Suprema, Merrick Garland, un moderato, per sostituire il Giudice Antonin Scalia, deceduto improvvisamente in febbraio, ben nove mesi prima delle elezioni. Le scuse, i ritardi, persino il rifiuto dei repubblicani di vedere o sentire Garland hanno violato il diritto e il dovere costituzionale di Obama di sostituire un giudice in Corte Suprema. E ora i democratici faranno lo stesso contro i candidati di Trump per le posizioni di ministro. «Per ora non ho tempo, ho un’agenda molto piena», ha detto il senatore Dianne Feinstein dopo aver cancellato un appuntamento con il candidato alla guida del dipartimento per la Giustizia Jeff Session. Obiettivo? Ritardare quanto più possibile l’insediamento dell’amministrazione Trump.

Alcuni problemi per Trump potrebbero esserci invece in campo repubblicano. A parte la questione dell’ufficio etico di ieri, un tema forte sarà in materia commerciale. Se per tasse, regole e in parte Obamacare il punto di vista di Trump dovrebbe coincidere con quello dei suoi compagni di partito ci saranno tematiche su cui Trump potrebbe dover cercare una posizione bipartisan: i repubblicani sono tradizionalmente favorevoli al libero commercio e dunque per concretizzare certe sue minacce elettorali sul protezionismo Trump potrebbe aver bisogno di una sponda democratica. Obama, ad esempio, aveva stretto una rarissima alleanza con i repubblicani per il passaggio del Tpp, il programma di libero scambio nel bacino del Pacifico. E non è detto che i repubblicani siano pronti a seguire Trump se vorrà davvero smantellare il Nafta, l’accordo per il libero scambio con il Messico e il Canada. Lo stesso vale per i programmi infrastrutturali: non tutti i repubblicani condividono l’idea keynesiana di spendere danaro dello stato in investimenti per rifare ponti e strade e i dettagli di Trump per “privatizzare” una parte degli investimenti infrastrutturali non sono ancora chiari. Un gesto di apertura a Trump era giunto alcune settimane fa dai senatori Bernie Sanders e Elizabeth Warren, entrambi molto a sinistra nello schieramento politico, ma favorevoli a investimenti infrastrutturali e all’introduzione di penalizzazioni per la Cina o per altri concorrenti che nella percezione popolare hanno “rubato” posti di lavoro agli Stati Uniti d’America.

Ma al di là di queste ipotesi, immaginare una navigazione precisa per la prossima amministrazione Trump diventa molto difficile. Possiamo azzardare che Trump si accontenterà di poco per rivendicare il successo della sua “nuova” azione politica. Basterà una modifica di poco conto al Nafta per gridare vittoria. Del resto lo abbiamo visto in azione quando ha rivendicato il merito per le 5mila nuove assunzioni annunciate dalla Sprint. Cinquemila occupati sono una goccia in un’economia in grado di generare 200mila nuovi salariati dipendenti al mese. Ma Trump è convinto che alla sua base basteranno: quel che conta è l’attivismo. Oggi insomma possiamo (vogliamo?) immaginare che Trump, il pragmatico, prevarrà sul Trump, roboante e bulletto.

Ma quell’elemento “impulsivo”, reattivo, della personalità “del” Donald resta. Ci sono perciò davvero quei rischi per la democrazia, quella svolta autoritaria e intollerante che molti temono per l’America? Sarebbe un errore giudicare il Paese sulla base di certe fragilità istituzionali che vediamo in Europa. La divisione dei poteri in America è forte. I “check and balances” funzionano ancora. Il Parlamento non rinuncerà al suo ruolo e le agenzie federali, a partire dalla Federal Reserve, difenderanno le loro autonomie e prerogative. Anche questo, se non l’ha già capito, Donald Trump, fra due settimana 45° presidente degli Stati Uniti d’America, lo imparerà strada facendo.

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