Mondo

La debole pax russa

mosca e il medio oriente

La debole pax russa

C’era un’epoca, poco tempo fa, nella quale la Russia trattava con tutti in Medio Oriente. La diplomazia americana era incagliata nel politicamente corretto imposto da troppe lobbies attorno al Campidoglio.

Quella di Putin intratteneva relazioni con Hamas ed Hezbollah, senza che venissero meno quelle con Israele; i suoi rapporti con l’Iran non le impedivano di averne con l’Arabia Saudita. Aveva difeso fino all’ultimo Gheddafi, senza perdere un posto in prima fila nel futuro della Libia. Mentre Bush e poi Obama non sapevano come uscirne, dallo scisma fra sciiti e sunniti la Russia restava abilmente distante, dopo l’esperienza cecena.

Quell’epoca è finita. Mandando truppe a combattere e aerei a bombardare in Siria, e imponendo quella che prematuramente è chiamata pax russa, Mosca è parte in causa: fonte di speranze a volte irrealizzabili per gli alleati che si è scelta, obiettivo del terrorismo dei delusi e degli esclusi. Come i suoi autorevoli predecessori occidentali, la Russia è entrata in Medio Oriente con le trombe, i tamburi e la guardia schierata. Anche lei come inglesi, francesi e americani, cercherà di restarci pagando un prezzo pesante, e quando deciderà di uscirne senza perdere la faccia scoprirà che è la cosa più difficile da fare. L’elasticità diplomatica di prima era possibile perché la Russia rimaneva sulla crosta delle problematiche mediorientali. Ora che ha scelto di partire da qui per riaffermare un ruolo da superpotenza, la storia si fa diversa.

Per geografia, fede ortodossa e ambizioni imperiali, la Russia ha un passato importante nella regione. Prima del collasso zarista del 1917, la spartizione anglo-francese delle spoglie ottomane (Sykes-Picot) prevedeva anche una sfera d’influenza russa. Andati al potere dopo l’Ottobre, i bolscevichi denunciarono come “imperialisti” quegli accordi segreti, solo perché ne erano stati esclusi. L’Urss tornò in Medio Oriente da protagonista dopo la seconda guerra mondiale, sostenendo tutti i golpe militari e le dittature arabe contro Israele. In realtà l’obiettivo originale di Stalin era opposto: credendo che Israele sarebbe stato un avamposto comunista nella regione, all’inizio sostenne Ben Gurion.

La Russia di Putin, dunque, non è una ventata di aria fresca nella regione oppressa dai conflitti. È solo più determinata dei concorrenti. Ed è tornata sulla scena nella stagione storica di passaggio fra le vecchie e logore potenze esterne come Stati Uniti ed Europa, incapaci d’imporre agende politiche, e l’affermarsi caotico di quelle regionali che di agende ne hanno fin troppe. Ma se analizziamo i passi decisi della Russia, unica potenza esterna ad avere obiettivi chiari, le differenze con i predecessori occidentali sono quasi nulle.

La pace con Iran e Turchia imposta sulla Siria per il momento è condivisa anche da chi ne è stato escluso o ha dovuto subirla: quel massacro aveva sfiancato tutti. Ma una pace di pochi imposta ai molti soggetti del conflitto, è una formula vetusta che inglesi e francesi prima, e americani poi, avevano già usato, riuscendo a fermare battaglie, mai a finire guerre. Ricorda molto la “Missione compiuta” in Iraq annunciata da George Bush. Dell’Iraq 2003 è simile anche la spiegazione russa del suo essere in Siria: per combattere il terrorismo islamico. Come quando gli americani spiegavano di aver “liberato” l’Iraq per le armi di distruzione di massa: bufale di uguale grandezza e pericolosità. La grande cerimonia che Putin vuole organizzare ad Astana sarà più l’ennesima passerella di molte vanità che una pace reale.

Una delle ragioni del fallimento americano in Medio Oriente è stata la rissosità e gli interessi divergenti dei suoi alleati sunniti. È ugualmente difficile che il fronte russo con Iran, Turchia ed Hezbollah superi la contingenza siriana: sul resto le agende sono troppo differenti perché lo si possa definire un modello di alleanza per il Medio Oriente.

Il limite più pericoloso della pax russa è aver quasi ignorato la maggioranza sunnita della regione: i turchi ne fanno parte ma i Fratelli musulmani di Erdogan sono invisi al sunnismo guidato dai sauditi quanto gli sciiti. Il moltiplicarsi degli attentati in Turchia, è anche il segno che ogni alleanza presuppone un tradimento e un prezzo di sangue. Nella Grande Siria del secolo scorso, quando i francesi misero alawiti e cristiani contro i sunniti, e gli inglesi promisero agli ebrei un focolare nazionale in Palestina, le grandi potenze d’allora crearono le condizioni di un futuro senza pace. Dividere per governare, come è implicito anche nella pace russa, non è mai stata una formula efficace in Medio Oriente.

© Riproduzione riservata