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Il giorno di Trump, l’addio di Obama e il paragone con Washington

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Il giorno di Trump, l’addio di Obama e il paragone con Washington

Donald Trump, presidente eletto degli Stati Uniti d’America, oggi terrà il suo primo importante discorso (Reuters)
Donald Trump, presidente eletto degli Stati Uniti d’America, oggi terrà il suo primo importante discorso (Reuters)

Ieri notte Barack Obama ha dato il suo addio alla nazione. Fra poche ore parlerà nella sua prima conferenza stampa da presidente eletto Donald Trump. Il confronto a distanza è inevitabile. Arrivati alla fine di un ciclo politico americano, c’è da chiedersi: chi è più simile a George Washington fra il Presidente uscente e Donald Trump? La risposta è semplice, Obama. Ma la domanda non è solo retorica. Dobbiamo piuttosto chiederci se con le “novità” di Donald Trump c’è stata una svolta permanente per un nuovo modo di interpretare l’etica della politica, più in sintonia, giusto o sbagliato che sia, con le rivoluzioni digitali, con le passioni per i reality show, per l’azione reazione immediata, per la fuga dalle riflessioni intellettuali, per nuove necessità di risposte “populiste” insomma, di una buona parte dell’elettorato.

“Che la vostra unione e il vostro affetto fraterno possa essere perpetuo; che la libera Costituzione, il prodotto delle nostre mani, sia mantenuta sacra; che la sua amministrazione, in ogni dipartimento sia caratterizzata da saggezza e virtù”

George Washington 

Duecentoventi anni fa fu il Generale Washington a lanciare una tradizione che sarebbe stata seguita da quasi tutti i suoi successori, un discorso di addio, un messaggio alla Nazione denso di promesse, sfide, malinconie, speranze. Washington diede ai giornali un manoscritto di 32 pagine di alto contenuto intellettuale. Spiegava perché, per evitare incrostazioni del potere, dopo otto anni si sarebbe ritirato per passare la torcia «a un altro cittadino». Nel discorso, ispirato, e in molti tratti poetico, parlava di tutto, di unità del Paese, di rapporti con i Paesi stranieri, di alleanze, di spese militari e soprattutto di valori etici, dell’importanza «dell’onestà», della trasparenza, del rispetto, della separazione dei poteri. Ecco uno dei passaggi del “padre” della Nazione americana ai suoi cittadini: «Che la vostra unione e il vostro affetto fraterno possa essere perpetuo; che la libera Costituzione, il prodotto delle nostre mani, sia mantenuta sacra; che la sua amministrazione, in ogni dipartimento sia caratterizzata da saggezza e virtù».

Trump a rischio ricatto

Oggi sappiamo che le paure di Washington per un duro conflitto fra le due anime della Repubblica americana, fra Alexander Hamilton e Thomas Jefferson si sono tradotte in un muro contro muro quasi permanente fra i due partiti, in una spaccatura del Paese in due, cosa che indebolisce il processo democratico. Abbiamo anche visto pagine oscure. Una guerra civile costata 620mila morti, contro i 640mila di tutte le altre guerre messe insieme. C’è stato un doloroso processo di impeachment, quando Richard Nixon cercò di mentire davanti alle istituzioni.

Obama: "l'America non diventi come Cina e Russia"

Eppure, chi meglio chi peggio, tutti i successori di Washington hanno cercato sulla carta di aderire alla sua eredità politica “elevata”. Da allora, tutti i presidenti che hanno fatto un discorso di commiato hanno seguito un copione simile a quello di Washington, offrendo un respiro storico e un costante messaggio di altruismo. Ecco perché nel triangolo con Washington fra Obama e Trump la risposta è stata semplice: vince Obama. Se riprendiamo il discorso di ieri notte, se esploriamo lo stile, le parole misurate, gli auspici che riguardano la direzione etica del Paese, il rispetto delle libertà e dei diritti civili e facciamo un confronto con i tweet sgrammaticati di Donald Trump contro la prima provocazione di turno nel confronto con Washington prevale il presidente uscente.
Facile. Eppure, proprio per questo la domanda di fondo su differenze e similitudini con Washington non è solo retorica: la vera questione è un’altra. Possibile che il discorso ispirato e a tratti poetico di ieri notte di Obama sarà stato un addio non solo personale, ma di un modo di interpretare l’ufficio e lo stile della presidenza americana come l’abbiamo conosciuto dai tempi di Washington a oggi?

Se c’è un punto su cui tutti, repubblicani e democratici, obamiani e trumpiani si trovano d’accordo è che Trump ha rotto con uno “stile” di fare politica. Le sue “trasgressioni”, in campagna, ma anche adesso con il continuo uso di Twitter per comunicare, vanno al di là della tradizione politica dei due partiti. E non c’è dubbio che Trump abbia vinto prima contro i repubblicani e poi contro Hillary proprio per la rottura che ha rappresentato rispetto a un conformismo politico stantio. Il suo tempismo con lo specchio dei tempi è stato perfetto. E Obama ha avvertito ieri notte che vigilerà sui valori più profondi che in due secoli hanno definito l'America. Ha voluto ricordare che lascia in eredità un'economia a posto, con un tasso di disoccupazione ai minimi storici. Ma lui stesso ha capito che l'economia da sola non bastava.

Tutti gli uomini di Trump

Trump sotto molti punti di vista rappresenta la cultura del reality show, cavalca la confusione sulle “verità” fattuali, è abilissimo nel districarsi da contraddizioni nelle quali si è ficcato da solo rivolgendosi direttamente al pubblico. Gli strumenti di comunicazione diretta, Facebook, Twitter e molti altri servono a cavalcare post verità di vario genere. Attacca la stampa, che giudica ostile, cambia la dinamica di fare politica, interna e internazionale, preferendo il protagonismo individuale rispetto alla costruzione istituzionale e giuridica di un obiettivo o di un caso. Usa termini dispregiativi, modi di essere o di parlare che non abbiamo mai visto in alcun presidente o in alcun leader politico. Di certo non c’è stata almeno finora poetica nei suoi discorsi. Nulla a che fare con George Washington e con gli altri presidenti americani, fino al discorso di ieri sera di Obama. È chiaro che l’America stanca e disillusa aveva bisogno di una rottura. Tuttavia, se sarà permanente, ci sarà di che preoccuparsi.

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