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Dalla crisi esce un’Italia sempre più disunita

la linea della palma

Dalla crisi esce un’Italia sempre più disunita

La linea della palma si alza verso Nord. E, a Sud, lo scirocco diventa ogni giorno più opprimente e pervasivo. Il senso della metafora di Leonardo Sciascia si può applicare alle sorti del nostro Mezzogiorno, che si compenetra sempre di più con il resto del Paese e che, però, nel paradosso storico accentua la distanza da esso.

Il decennio della grande crisi – dal 2008 al 2017 – ha sancito la disunità d’Italia. Non nell’anima civile e neppure nell’orizzonte politico: le pulsioni populiste generate dalle spinte indipendentiste e autonomiste del Nord negli anni Ottanta e Novanta sono state ormai assorbite e orientate prima contro la “casta” dei politici – senza etichette di provenienza geografica – e poi contro l’Unione europea e la moneta unica.

Perché l'Italia cresce meno degli altri paesi

La disunità d’Italia, oggi, è nella quotidianità degli uomini e delle donne che vivono, lavorano e si dedicano ad attività di impresa nel nostro Sud. È nelle statistiche. Nelle quali il divario con il resto d’Italia appare impressionante. A partire dagli indicatori più sintetici. Secondo la Svimez, dal 2008 al 2016, il Pil del Sud è sceso del 10,2%, contro il -5,5% del Centro-Nord e il -6,6% dell’Italia. Nel 2008, all’inizio della grande crisi, il Sud – a fronte del 34% della popolazione italiana - pesava sul Pil nazionale per il 23,6%: nel 2017 dovrebbe attestarsi al 22,7 per cento. Il Pil pro capite a valori correnti nel 2008 era pari al Sud a 18.473 euro e nel Centro-Nord a 27.564 euro; nel 2016 al Sud è sceso a 18.002 euro e nel Centro-Nord a 31.969 euro.

Il Sud ha prima di tutto un problema di tenuta sociale. Il livello dei consumi è inferiore di oltre il 30% rispetto al Centro-Nord. I consumi delle famiglie sono scesi del 12% fra il 2008 e il 2015, contro il -3,9% di quelle del Centro-Nord. Al Sud, gli alimentari e i vestiti sono crollati del 14,8% e del 15,9 per cento, a fronte di una flessione, al Centro-Nord, del 10% e del 2,9 per cento. Gli alimentari, dunque. Quanto di più c’è di intimo sulla tavola delle persone. Soprattutto in un Sud per secoli povero e contadino. Quando Mastro Don Gesualdo torna a casa dopo il lavoro nei campi, la sua Diodata gli prepara «una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattro uova fresche e due pomodori ch’era andata a cogliere dietro la casa». C’è qualcosa di Giovanni Verga nel dato sulle persone che versano in condizioni di povertà assoluta. Nel 2008 erano il 5,2 per cento. Ora sono quasi raddoppiate: il 10 per cento. Tutto il Paese sta male. Nel Centro-Nord erano, all’inizio della grande crisi, il 2,7 per cento. Adesso sono il 6,3 per cento. Il Sud, però, sta peggio.

Il suo dilemma nasce dall’avvilupparsi di una componente sociale complessa e di una questione industriale irrisolta. Ormai – con una stima relativa a quest’anno – la quota di valore aggiunto espressa dall’industria è ridotta al 10,3%, a fronte del 12,8% del 2008. Al Centro-Nord è al 18,8%, contro il 19,6% del primo anno della crisi. La produttività dell’industria manifatturiera, che era pari a 43.833 euro per ogni occupato nel 2008, scenderà quest’anno a 41.963 euro. All’inizio della crisi, nel Centro-Nord, la produttività per occupato era pari a 58.737 euro, che saliranno nel 2017 a 62.608 euro. La variazione cumulata del valore aggiunto manifatturiero, fra il 2008 e il 2015, è stata negativa per il 32,5 per cento, contro il -12% del Centro-Nord e il -15% dell’Italia. Nello stesso periodo, l’Unione europea a 28 membri ha registrato una lieve contrazione, quantificata nel -1,4 per cento. Gli investimenti, che nel 2008 erano pari al 24,2% del totale italiano, nel 2017 scenderanno al 20,8 per cento. Il rischio incipiente è una specie di economia di sussistenza. Le esportazioni sono una parte minima, e decrescente, del totale italiano: all’inizio della crisi valevano il 9,3%, oggi sono all’8,2 per cento.

LA FOTOGRAFIA DEL RITARDO DEL MEZZOGIORNO
(Fonte: Elaborazioni Svimez su dati Istat)

La desertificazione industriale del Sud incide sull’anima delle cose e delle persone. L’industria, al di là delle naturali criticità di ogni organizzazione complessa e di ogni fenomeno storico, ha un portato di civilizzazione che spesso viene sottovalutato. Basti pensare a quanto scriveva nel 2002 Ermanno Rea nel suo “La dismissione”, il romanzo dedicato all’impianto dell’Ilva di Bagnoli e al tecnico Vincenzo Buonocore, incaricato di smontarlo: «Erano almeno trecento anni che chiedevamo fabbriche. Perché nei vicoli non si addensava soltanto plebaglia facinorosa e marciume umano ma anche uomini e donne di grande talento con una irrefrenabile vocazione per il lavoro». E ancora: «Noi amavamo Bagnoli. Perché incarnava ai nostri occhi una salutare controcartolina. Introduceva in una città inquinata – la Napoli della guerra fredda, dell’abusivismo selvaggio, del contrabbando – valori inusuali: la solidarietà, l’orgoglio di chi si guadagna la vita esponendo ogni giorno il proprio torace alle temperature dell’altoforno; l’etica del lavoro, il senso della legalità». Rea si riferiva a Napoli. Ma questo vale per tutto il Sud e per qualunque Paese.

Dunque, l’anima manifatturiera del Mezzogiorno non si sente molto bene. Il problema è che la grande alternativa strategica, ossia il turismo, sta un poco meglio, anche grazie all’abbandono del Nord Africa come meta per ragioni di sicurezza, ma non ha un peso significativo. È vero che le presenze turistiche sono salite da 21 milioni e 480mila del 2008 a 26 milioni e 878mila del 2015. Ma è altrettanto vero che si tratta di grandezze pari a un sesto di quelle registrate al Nord. Allo stesso tempo, l’altra grande speranza del Sud, cioè l’agricoltura, ha avuto risultati non troppo in controtendenza: il suo valore aggiunto è calato, dal 2008 al 2015, del 5,3 per cento. Il problema è che a stare solo apparentemente bene è la pubblica amministrazione. Il peso sul valore aggiunto del Sud è stabile intorno al 30 per cento, contro il 17,3% del Centro-Nord. Al di là di ogni valutazione sulla qualità dei servizi offerti al Sud, si tratta di una quota strabordante.

In un contesto tanto complesso, il punto di congiunzione fra economia e società è costituito dal lavoro. Il tasso di occupazione, per le persone fra i 20 e i 64 anni, è pari al Sud al 46,1%, mentre al Centro-Nord sfiora il 70 per cento. La questione assume tinte drammatiche nel segmento fra i 15 e i 34 anni: nel 2008 era pari al 35,8%, nel 2015 è calato al 27,4 per cento (nella Grecia in default è al 39,1% e nella Spagna già commissariata al 45,3%). Questo, mentre il Centro-Nord registra rispettivamente il 59,8% e il 46,7 per cento. Il tasso di attività è stimato, per il 2017, al 53%, contro il 70,2% del Centro-Nord. All’inizio della grande crisi, il tasso di disoccupazione era pari al Centro-Nord al 4,5% e, adesso, è salito all’8,7 per cento. Al Sud è cresciuto dal 12% al 20 per cento.

C’è, poi, nell’avviluppo fra economia e società il tema delle istituzioni e dell’ambiente in cui le imprese possono prosperare e morire. Le nuove imprese o gli investimenti che arrivano da fuori. Le infrastrutture sono fondamentali. Sempre secondo la Svimez, che miscelando elementi quantitativi e dati strategico-qualitativi ha calcolato l’indice di dotazione infrastrutturale e ha fissato a 100 il livello complessivo italiano, le ferrovie al Sud, che nel 2008 erano a 85, nel 2015 sono scese a 81. I porti, da 76,2, sono calati a 58,9. Gli aeroporti da 76,2 a 69,4. Unica eccezione le strade, che da 101 sono salite a 130. Dunque, le infrastrutture della modernità più efficiente, più interconnessa ai mercati globali e più in grado di contribuire a un nuovo mix economico specializzativo – ossia i porti e gli aeroporti – sono meno della media italiana. E stanno pure diminuendo.

In qualche maniera, le tracce lasciate dalla grande crisi sembrano portare all’eccesso il Sud come quintessenza della fisionomia italiana. Infrastrutture, burocrazia, ambiente economico. Pasquale Villari, l’allievo di Francesco De Sanctis che da uomo politico attraversò l’Ottocento e il primo Novecento, adoperò nel 1878 nelle sue “Lettere meridionali” parole che oggi suonano sinistramente profetiche: «Ho visto gli agenti d’una Compagnia americana, venuti in Italia con forti capitali, per intraprendere alcune industrie, fuggire disperati, dopo aver visto la serie infinita delle pratiche che bisognava fare per ottenere il desiderato permesso, o le mille difficoltà che si dovevano superare. L’Italia, - mi dissero, - non è ancora un paese per gli affari, - e se ne andarono».

Il desiderato permesso e le infinite pratiche, le mille difficoltà e la desertificazione industriale. Il problema è se il Sud lascia se stesso.

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