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Theresa May promette al mondo una «hard Brexit»

DISCORSO CHIAVE SUI NEGOZIATI CON LA UE

Theresa May promette al mondo una «hard Brexit»

Il primo Ministro britannico, Theresa May (AP Photo)
Il primo Ministro britannico, Theresa May (AP Photo)

«Cerchiamo una nuova partnership fra una Gran Bretagna globale, indipendente e sovrana e i nostri amici dell’Ue. Non vogliamo adesioni parziali, o qualsiasi cosa che ci lasci metà dentro e metà fuori». Così Theresa May su Brexit. Non lo scandisce sillaba per sillaba, ma lo dice senza più timore di equivoci: Londra intende riscrivere la storia, librandosi in caduta libera rispetto alla sua avventura comunitaria. Global Britain è la nuova parola d’ordine del premier Theresa May, un passo in più verso quel “no” anche al mercato interno europeo che sembra ormai inevitabile. Oggi completa le anticipazioni del discorso diffuso ieri precisando quali sono le sue “dodici priorità” in vista del negoziato con la Ue. Sul fronte dell’immigrazione europea potrebbe prendere forma un sistema di permessi di lavoro per gli stranieri a più velocità, con agevolazioni per i cittadini Ue.

Ipotesi che rotolano al termine di giornate che hanno visto l’Unione europea scomporsi sotto i colpi di un riemergente asse anglo-americano. È la lettura più evidente di un week-end che cambia la prospettiva della Brexit con l’arrivo in campo di Donald Trump e la silhouette di un divorzio euro-inglese più duro di quanto fosse legittimo sperare. I mercati non hanno dubbi. In queste ore il pound trattiene il fiato in attesa di analizzare nel dettaglio le parole che Theresa May pronuncia nell’atteso discorso di Lancaster House, ma ieri le vendite sulla sterlina erano aumentate, spingendo la divisa britannica a perdere l’1,5% sul dollaro fino ad abbattere la soglia dell’1,20 per la prima volta dopo il flash crash dell’ottobre scorso. Eccezion fatta per quel drammatico scivolone il pound ha toccato ieri il nadir dal maggio del 1985. Sintomo di un’economia che s’indebolisce? Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha sottolineato la grande forza dell'economia britannica (ieri è stato il Fmi a ribadirlo) ma non ha escluso venti avversi. «La crescita sostenuta dai consumi tende a rallentare e a durare meno», ha detto alla London school of economics, facendo però intendere che sui tassi potrebbe prevalere una stretta per contrastare un'inflazione in crescita sotto la spinta della debolezza del pound.

Ad agire come detonatori sul pound sono stati però tre eventi precedenti alle parole del governatore: l’intervista di Donald Trump al gruppo Times; il warning del Cancelliere Philip Hammond ai partner; e infine gli spifferi che da giorni circolano sul discorso che oggi Theresa May pronuncia a Lancaster House.

Il presidente-eletto americano ha incenerito il commento del suo predecessore Barack Obama che fu esplicito nel collocare Londra alla fine della coda delle nazioni che aspirano a un accordo commerciale esclusivo con Washington. L’amministrazione Trump ha ribaltato il tavolo dei democratici, dicendosi pronta – secondo il pensiero che il presidente in waiting ha regalato a Michael Gove, l’ex ministro Tory euroscettico tornato a scrivere sul quotidiano di Rupert Murdoch - ad agevolare la Gran Bretagna con accordi rapidi perché la «Brexit è una gran cosa». E il resto dell'Europa ? “Un veicolo per la Germania”, ha detto Donald Trump, rincuorando gli eurofobi del Regno che sperano in un inatteso filotto. Non solo Brexit – ovvero uscita dall'Unione – ma anche uscita dal mercato interno e dall'unione doganale e magari senza accordi di transizione. Una dinamica che implica una spaccatura verticale con l'Ue, tanto simile a quella che Theresa May sta già tracciando.

È probabile che le cose prendano questa piega. Le fanfare dei grandi eventi hanno anticipato lo speech che la signora tiene a Lancaster House lasciando trapelare la fermezza di Theresa May su due capitoli del negoziato: pieno controllo delle frontiere e quindi dell’immigrazione intraeuropea; primato delle corti britanniche su quelle europee. Sono la linea Maginot di una Gran Bretagna che, non cercando membership a mezzo servizio, punta tutto su un exit hard. Salvo l’improbabile rinculare dell’Unione dai propri principi fondativi, scenario quantomai estremo. Resta da vedere se Londra dimostrerà maggior disponibilità a un patto transitorio, come chiedono i lobbisti della City e non solo, per evitare un'uscita precipitosa e violenta dall'abbraccio comunitario con tutto quanto può comportare per il business. Fonti di Downing street continuano a ripetere che è «nell’interesse dell’Unione «evitare la crash exit» e per questo vorrebbero che a farne richiesta fossero i Ventisette.

C’è, tuttavia, molto posizionamento negoziale in queste ore di attesa per il verdetto della Suprema Corte anche se è convinzione diffusa che sarà confermato quello dell’Alta Corte che diede al Parlamento un ruolo centrale nell’iter di recesso dall’Ue. E sotto la stessa voce – riscaldamento in vista della trattativa – molti leggono l’altolà all’Ue del Cancelliere Philip Hammond, una colomba fra i falchi della May. Nell’intervista alla Welt ha minacciato dumping fiscale con Londra pronta a cambiare il proprio modello di sviluppo. «Se non avremo accesso al mercato Ue...noi britannici non staremo a terra feriti, faremo le riforme necessarie e torneremo ad essere competitivi», ha detto lasciando intendere che sulla corporate tax Londra è pronta ad andare molto in là. E forse non solo sulla tassa alle imprese – già al 20% e destinata, salvo ripensamenti, a calare al 17% - ma sull’impianto complessivo del quadro fiscale che Londra adotterà.

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