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Da Wikileaks a Snowden, così Obama chiude la sua guerra con le spie

il perdono a manning e le promesse di assange

Da Wikileaks a Snowden, così Obama chiude la sua guerra con le spie

Julian Assange (Ap)
Julian Assange (Ap)

Nelle ultime ore alla Casa Bianca, Barack Obama ha perdonato il ragazzino che sette anni fa gli ha dichiarato guerra. Il presidente che amava riamato Silicon Valley forse non si aspettava che una delle più imbarazzanti rogne del primo mandato arrivasse da un ventenne smanettone, analista dell’intelligence militare, figlio di militare, soldato dislocato a Baghdad.

Invece, nel 2010 lo sconosciuto Bradley Manning rivelava al mondo l’esistenza e la potenza della guerra informatica perché, spiega una vecchia spia in Snowden film biografico 2016 di Oliver Stone, «non resterà niente delle operazioni condotte e perse nella polvere del Medio Oriente, la guerra cruciale oggi è online, la posta in gioco sono le informazioni. Le spie più preziose sono quelle che sanno proteggere i database nazionali e violare quelli degli altri».

Le spie più preziose hanno tradito Barack Obama. Il primo è stato proprio il signor oggi signora Manning, ha fornito a Wikileaks e Julian Assange migliaia di documenti, è stato arrestato, processato, condannato a 35 anni di prigione; ha tentato due volte il suicidio, ha preso ormoni per cambiare sesso, oggi si chiama Chelsea e a due giorni dall’arrivo di Trump è perdonata, a maggio sarà una donna libera.

Poche ore dopo, dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra in cui è riunchiuso dal 2012, Assange fa sapere tramite i suoi avvocati che manterrà la sua promessa, è pronto a consegnarsi agli Stati Uniti, a farsi estradare nel Paese che lo accusa di spionaggio, reati informatici, violazione di segreti di Stato. La settimana scorsa da un account Twitter di Wikileaks è stato pubblicato il post: «Se Obama sarà clemente con Manning, Assange acconsentirà all’estradizione negli Usa nonostante l’incostituzionalità del caso sollevato dal Dipartimento della Giustizia».

Oggi in un primo momento i suoi avvocati citati dai media anglosassoni confermano il proposito, poi uno di loro Barry Pollack dice a The Hill che Assange «accoglie positivamente la decisione di Obama ma è meno di quanto volesse: aveva chiesto la grazia e la scarcerazione immediata». 48 ore dopo un’altra giravolta: dice che si consegnerà solo se saranno rispettati i suoi diritti.

Oggi finisce forse solo una parte della storia nata nel 2010, quando il mondo ha conosciuto la guerra combattuta con leaks, fughe di notizie, rapporti confidenziali resi pubblici, dispacci diplomatici va da sé riservati sbattuti sui siti senza mediazione come prescriveva il nuovo profeta della trasparenza Assange, matematico australiano nel 2006 fondatore di Wikileaks quindi icona mondiale grazie ai documenti forniti da Manning.

Grazie a Bradley oggi Chelsea, Wikileaks ha messo online 700mila documenti riservati: prima l'operazione dei militari statunitensi in Afghanistan e in Iraq, poi i dispacci diplomatici quindi retroscena e intercettazioni di funzionari governativi e leader politici. Il giovane venne poi scoperto per una mail ad un amico hacker in cui scherzava «Hillary Clinton e centinaia di diplomatici avranno un attacco di cuore quando scopriranno che l'intero deposito di documenti riservati è ormai disponibile al pubblico».

In realtà migliaia di dati rubati solo per gridare in piazza il re è nudo. Che inevitabilmente poi diventano un’intricata storia di politica, influenze ed intelligence nata dalla crisi personale e di coscienza di Manning e poi da Edward Snowden che tre anni dopo contatta tre giornali per rivelare al mondo: siete tutti spiati, la Nsa legge tutte le vostre comunicazioni online, il presidente che aveva promesso trasparenza è un bugiardo.

È giugno 2013, Snowden, l’altro informatico non ancora trentenne contractor per la Cia, tradisce il presidente liberal e l’America ufficialmente in nome della trasparenza, di quegli ideali progressisti che pure Obama indossava alla perfezione (è il presidente che passerà alla storia anche per avere commutato più verdetti rispetto ai dodici predecessori) .

Il destino dei due giovani è però diverso: Bradley/Chelsea non può/vuole sfuggire alla giustizia americana, rischia pena di morte ed ergastolo, si pente, chiede la grazia. Snowden, la talpa del Datagate accusata di lavorare per Putin ma icona della libertà per quel mondo che vede ancora in Internet un’oasi d’innocenza, vive a Mosca. Forse non è un caso che proprio oggi il ministero degli esteri russo annunci che il suo permesso di soggiorno sarà esteso per altri due anni. Maria Zakharova, portavoce di Lavrov, addirittura si fa beffe dell’ex vice direttore della Cia Michael Morell che le aveva chiesto se Snowden sarebbe stato il «dono» di Putin a Trump: una richiesta che rivela «un’ideologia da tradimento», dice la collaboratrice del capo della diplomazia russa.

“Il permesso di soggiorno in Russia di Edward Snowden è esteso per due anni”

Maria Zakharova, portavoce del ministero degli esteri russo  

L’era del primo presidente nero si ricorderà dunque anche così: il primo candidato eletto grazie ai giovani e alla potenza di Facebook, messo in grave imbarazzo da nerd under 30. La leadership del presidente adorato dai ricchi genietti hitech minata dallo stillicidio di conversazioni, mail, documenti e video riservati, tutti trafugati da account governativi e privati, interi database messi online con immediata risonanza globale.

L’era Trump nasce con ben altri attriti, mezza Cia continua a fare proclami contro il neopresidente che si insedia dopodomani, il rapporto Trump-Russia diventa scontro tra istituzione e apparati con pochi precedenti in un Paese che si è sempre mostrato unito davanti al resto del mondo, maestro di spirito nazionale e compattezza almeno formale ai vertici.

Con i generali scelti da Trump, forse presto probabilmente per poco, si tornerà alla polvere del Medio Oriente, bisogna dare una post-elettorale lezione all’Isis, guerra che mai è stata di Obama. Il presidente-professore di Harvard è stato più a suo agio con droni e backdoor lasciate amichevolmente aperte dai giganti dell’hitech come Google e Facebook che hanno permesso alla sua intelligence informatica, la National Security Agency, di reperire milioni di dati di americani e di tutti noi ma anche di spiare alleati, persino il cellulare dell’amica Merkel.

Dell’intelligence ribelle e tecnologica di questi anni obamiani resta la lunga battaglia di Assange, accusato di lavorare per Putin proprio come Snowden, paladino della trasparenza e dei diritti civili ma ambiguo quando il direttore del Guardian gli chiede come e perché ha trovato rifugio in Russia (intervista che il film pur schierato di Stone non censura).

Della guerra tecnologica di Obama rimangono gli hacker russi accusati di aver influenzato la corsa alla Casa Bianca per far vincere Trump- questo perdono in extremis sarebbe un dispetto al successore, sostiene qualche columnist - altri hacker forse nordcoreani che colpiscono Hollywood per una commedia sgradita. Della guerra tecnologica di Obama resta anche il dramma dei piloti di droni raccontati in un altro film Eye in the Sky («Diritto di uccidere», 2015): da un piccolo cubo in una sperduta base militare uomini scelti uccidono con un clic terroristi islamici, calcolano la percentuale di danni collaterali che pur ridotti al minimo non risparmiano una bambina africana che vende pane per strada.

Ingiustizie atroci a cui non si può più rimediare, tante vengono alla mente nelle ultime ore prima di spegnere la luce dello Studio Ovale, ad esempio liberare Chelsea Manning che in un carcere maschile, in silenzio e sola, pagava per colpe più grandi di lei.

Oliver Stone racconta "Snowden"

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