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Immigrazione, da Facebook a Google: tutta la Silicon Valley è…

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Immigrazione, da Facebook a Google: tutta la Silicon Valley è contro Trump

Da sinistra, Jeff Bezos, presidente e ceo di  Amazon, Larry Page, ceo e co-fondatore di Alphabet, Sheryl Sandberg, ceo di  Facebook, il Vice Presidente Mike Pence, Donald Trump, Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Tim Cook, ceo di  Apple (Bloomberg)
Da sinistra, Jeff Bezos, presidente e ceo di Amazon, Larry Page, ceo e co-fondatore di Alphabet, Sheryl Sandberg, ceo di Facebook, il Vice Presidente Mike Pence, Donald Trump, Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e Tim Cook, ceo di Apple (Bloomberg)

Fra le teorie che circolano maggiormente negli ultimi giorni c'è quella secondo la quale con Trump presidente, Steve Jobs – figlio di immigrato siriano - non sarebbe mai nato negli Stati Uniti, e di conseguenza Apple non sarebbe mai stata Apple. Il decreto anti-immigrazione promosso dal nuovo presidente americano ha scatenato forti polemiche. Ed è interessante vedere come proprio dalla Silicon Valley, fucina di talenti e motore del Paese, arrivi una posizione compatta e univoca contro la scelta di Trump.

Una posizione dettata anche dai numeri, se si pensa che oltre il 60% delle tech company ha tra i suoi fondatori immigrati di prima o seconda generazione. Non solo Steve Jobs e la Apple. Sergey Brin, fondatore di Google, è figlio di un immigrato Russo. Jan Koum, il ragazzo che ha inventato WhatsApp, arriva dall'Ucraina. E di esempi ce ne sarebbero a decine. Ecco, allora, alcune delle reazioni più interessanti registrate nelle ultime ore.

Il CEO di Airbnb, Rian Chesky, non ha semplicemente condannato la scelta di Trump, ma si è spinto oltre, offrendo alloggio gratuito ai rifugiati non ammessi negli Stati Uniti.


Tim Cook, CEO di Apple, in una mail inviata ai suoi dipendenti pubblicata dal sito Recode, ha scritto che la stessa Apple «non esisterebbe senza l'immigrazione». Aggiungendo: «So che tanti di voi sono profondamente preoccupati per l'ordine esecutivo emesso ieri che limita l'immigrazione da molti paesi a maggioranza musulmana. Condivido le vostre preoccupazioni: non è una politica che sosteniamo».

Travis Kalanick, CEO di Uber e neo-consigliere di Trump, non si è tirato indietro: «Questo divieto avrà un impatto su molte persone innocenti, e solleverò il problema venerdì prossimo a Washington, durante la prima riunione del gruppo di attività di consulenza del Presidente Trump». Gruppo del quale fa parte anche Elon Musk, CEO di Tesla, il quale si è schierato (anche lui) contro la decreto anti-immigrati: «Molte delle persone – ha twittato Musk –negativamente colpite da questa politica sono forti sostenitori degli Stati Uniti».

Anche l'AD di Google, Sundar Pichai, anche lui immigrato (è nato in India), ha espresso la sua preoccupazione in una nota riportata da Bloomberg. Google, inoltre, ha reso noto che oltre 100 suoi dipendenti sono colpiti dal provvedimento. «È doloroso vedere quanto per i nostri colleghi questo ordine esecutivo possa costare in termini personali. - ha scritto Pichai - Abbiamo sempre indicato chiaramente il nostro punto di vista in materia di immigrazione e continueremo a farlo». È molto virale inoltre una foto del cofondatore di Google, Sergey Brin, in aeroporto a San Francisco con i manifestanti.

Mark Zuckerberg, CEO e fondatore della Facebook Inc., si è detto «preoccupato dell'impatto dei recenti ordini presidenzali» e ha ricordato come gli Stati Uniti siano «una nazione di immigrati e ne dovremmo essere fieri». «Abbiamo bisogno – ha aggiunto Zuck - di tenere questo paese al sicuro, ma dovremmo farlo focalizzandoci su persone che rappresentano effettivamente una minaccia. Espandere il raggio d'azione dell'applicazione della legge oltre le persone che sono davvero delle minacce renderebbe tutti gli americani meno sicuri deviando delle risorse, mentre milioni di persone senza documenti che non rappresentano una minaccia vivrebbero nella paura della deportazione».

Jack Dorsey, CEO di Twitter, ha affidato proprio al social le sue preoccupazioni, twittando che l'impatto dell'ordine di Trump «è sconvolgente» e che «L'11% degli immigrati siriani negli Stati Uniti sono imprenditori».

Un portavoce di Microsoft ha affidato ad uno statement la posizione dell'azienda di Redmond: «Condividiamo le preoccupazioni circa l'impatto del decreto sui nostri dipendenti interessati e stiamo lavorando attivamente con loro per fornire consulenza e assistenza legale». Anche Amazon ha offerto aiuto ai dipendenti interessati dal decreto di Trump: «Fin dall'inizio, Amazon si è impegnata per la parità dei diritti, per la tolleranza e per la diversità, e così sarà sempre» ha scritto il VP delle risorse umane Beth Galetti, in una e-mail inviata al sito The Verge».

Tra le iniziative, una raccolta fondi per Aclu, l'associazione per i diritti civili American Civil Liberties Union da cui è partita l’iniziatia legale che portato alla decisione del giudice di bloccare le deportazioni di Tump.


Le posizioni delle big company californiane, dunque, sono pressoché identiche. La preoccupazione ma anche la sfida a Trump, decidendo di offrire protezione ai dipendenti, è un denominatore comune. E sarà interessante seguire quale sarà il peso specifico di questa posizione. La classifica delle aziende americane di maggior valore è intasata dalle big tecnologiche, con Apple, Google, Microsoft, Facebook ed Amazon padrone indiscusse. Titani pronti allo scontro con la Casa Bianca. Durante la campagna elettorale, il giudizio della Silicon Valley su Trump era stato impietoso, e i finanziamenti a favore della campagna elettorale di Hillay Clinton ne erano stati la prova. Adesso, però, Trump è presidente. E la lotta non è più sugli slogan, ma sui fatti.

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