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Pil al 3,2%, la paralisi istituzionale non ha intaccato la…

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Pil al 3,2%, la paralisi istituzionale non ha intaccato la credibilità

(Marka)
(Marka)

Dieci mesi senza governo non sono riusciti a intaccare la credibilità della Spagna. Mariano Rajoy ha garantito la continuità politica e, in mancanza di alternative, è poi tornato a guidare il Paese riconquistando piene funzioni con il voto di fiducia del Parlamento. Sui mercati la paralisi istituzionale non ha messo in discussione la stabilità del Paese: i rendimenti dei bonos con scadenza decennale hanno subito oscillazioni fisiologiche, lo spread rispetto ai titoli tedeschi di pari durata si collocava infatti intorno ai 117 punti base un anno fa, era di 115 punti a fine 2016, una settimana fa era sceso a 107 punti e - nonostante Brexit e Trump - anche ieri il differenziale si è fermato a 118 punti base. Più di 70 punti sotto quello dei titoli del debito italiano.

Il Fondo monetario internazionale nel report sulla Spagna diffuso ieri sottolinea «la straordinaria ripresa dell’economia spagnola, la creazione di posti di lavoro, il rapido superamento di alcuni disequilibri» e pur aggiungendo che «ci sono ancora alcune elementi strutturali da correggere» afferma che «l’economia spagnola è diventata più resiliente».

La “buona reputazione” della Spagna di Rajoy viene dai grandi sacrifici fatti durante la grande crisi con tagli alla spesa senza paragoni negli altri Paesi europei; dalle riforme realizzate (quella del mercato del lavoro su tutte); dalla ristrutturazione del sistema bancario accettata controvoglia per evitare il default, assecondando le direttive dell’Unione europea, anche a costo di consegnare, dopo il salvataggio internazionale (41 miliardi ai quali Madrid ha aggiunto altri 20 miliardi) parte della sovranità nazionale alla troika.

La Spagna deve molto all’intervento e alla protezione della Banca centrale europea di Mario Draghi, ma ha fatto la sua parte per guadagnare la fiducia dei mercati con una ripresa veloce e solida che ha iniziato a farsi sentire anche sull’occupazione. A guidare il rilancio sono state prima le esportazioni e poi, piano piano, la domanda interna. Con il contributo degli investimenti, arrivati anche dall’estero. Nel 2016 il Pil iberico è cresciuto del 3,2% confermando il dato del 2015: negli ultimi tre anni la Spagna ha così recuperato in termini reali l’80% del prodotto interno lordo perso durante la crisi. Mentre il tasso di disoccupazione salito fino al 27% nel 2013, è sceso al 18,6% nell’ultimo trimestre del 2016.

Due tornate elettorali, la prima nel dicembre del 2015 e la seconda nel giugno del 2016, hanno stravolto i rapporti di forza della politica spagnola. I due partiti tradizionali - quello Popolare e quello Socialista - che per mezzo secolo si sono alternati alla Moncloa hanno perso metà dei loro consensi; due nuovi movimenti - Podemos da sinistra e Ciudadanos da posizioni centriste - sono cresciuti fino a diventare determinanti in Parlamento. Rajoy presiede oggi un governo di minoranza e di coalizione, non era mai successo in tutta la storia democratica spagnola. È costretto a negoziare con Ciudadanos ogni provvedimento e deve sperare nell’astensione dei deputati socialisti anche per far approvare la Finanziaria.

La contesa politica spagnola sembra tuttavia immune dalle derive euroscettiche e dal nazionalismo che stanno agitando molti altri Paesi europei: in Spagna non esiste un partito imprevedibile e antisistema come il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo; non c’è nemmeno una Marine Le Pen a capeggiare una destra illiberale e xenofoba; non ci sono forze anti-immigrati; nessun partito, nemmeno Podemos, vuole disfare l’Unione europea. Le maggiori preoccupazioni vengono dallo scontro tra lo Stato e le regioni, dalla contrapposizione tra il governo di Madrid e le spinte autonomiste, in particolare della Catalogna. Ma sono, almeno per ora, contenute nel dibattito politico. E, d’altra parte, anche le rivendicazioni d’indipendenza della Catalogna sono tutte rivolte contro Madrid, non certo contro l’Europa: i partiti cosiddetti nazionalisti catalani non hanno nulla del nazionalismo che va crescendo in Francia o nell’Europa dell’Est. Possono creare qualche turbolenza, ma non spaventano i mercati.

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