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Dossier Ue a due velocità, le ipotesi sul tavolo

Dossier | N. 13 articoliTrattati di Roma: una storia lunga 60 anni

Ue a due velocità, le ipotesi sul tavolo

Angela Merkel durante un  vertice informale tra  i capi di Stato e di governo dell’Unione europea , Malta, 3 febbraio, 2017. (Jasper Juinen/Bloomberg)
Angela Merkel durante un vertice informale tra i capi di Stato e di governo dell’Unione europea , Malta, 3 febbraio, 2017. (Jasper Juinen/Bloomberg)

BRUXELLES - lavori diplomatici in vista di una dichiarazione che dovrà rilanciare il progetto europeo in occasione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma in marzo sono avviati. L’idea di introdurre nel testo il principio di una Europa a cerchi concentrici o a geometria variabile è in discussione, tanto forti sono le paure di una disintegrazione dell’Unione. I negoziati saranno lunghi, l’esito rimane incerto. Sul tavolo, vi sono nuove delicatissime cessioni di sovranità.

Riuniti a Malta in un vertice informale venerdì scorso, i capi di Stato e di governo dell’Unione hanno discusso del futuro dell'integrazione europea. Belgio, Olanda e Lussemburgo hanno presentato un promemoria segnato da alcuni principi: la sussidiarietà, la proporzionalità, il rispetto dell’acquis communautaire. Si legge inoltre nella relazione: «Diversi percorsi di integrazione e una migliore cooperazione potrebbero portare risposte efficaci alle sfide che riguardano gli Stati a diversi livelli».

Rispondendo a una domanda della stampa, la cancelliera Angela Merkel ha poi spiegato: la storia recente dell’Europa ha mostrato «che vi sarà una Unione europea a velocità diverse, che tutti non parteciperanno ogni volta a tutte le tappe dell’integrazione». Diplomatici tedeschi notano che la signora Merkel non si è espressa su una Europa a due velocità: Berlino preferisce parlare di Europa a geometria variabile, nella quale l’integrazione a seconda dei paesi e a seconda dei settori marcia a ritmi diversi.

Da Varsavia, ieri, la stessa signora Merkel ha precisato che non vuole «club esclusivi» e che è necessario difendere il mercato unico, un vecchio mantra della diplomazia tedesca. Per molti aspetti, l’Europa è già a geometria variabile: 19 paesi su 28 hanno la moneta unica e 23 su 28 partecipano allo Spazio Schengen. I Trattati già oggi prevedono le cooperazioni rafforzate, tanto che si sta negoziando in questi mesi una difficile tassa sulle transazioni finanziarie tra nove paesi della zona euro.

Nuove forme di integrazioni potrebbero vedere la luce nel campo della difesa o della sicurezza. Della questione, i leader dell’Unione hanno discusso a La Valletta, ma secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles l’opzione è stata dibattuta in modo generale. «Si è voluto privilegiare l’unità», nota un esponente comunitario. Aggiunge un diplomatico: «Non vi sono state opinioni contrarie, ma neppure prese di posizione visibilmente favorevoli. Non sono queste le occasioni dove i leader si espongono».

Vi è molta incertezza su come potrebbe svilupparsi ulteriormente l’Europa a geometria variabile riproposta dal Benelux, e fatta propria da Berlino. Notava ieri il sottosegretario agli affari europei Sandro Gozi, qui a Bruxelles per una riunione ministeriale: «Quando si parla di un’Europa a più velocità non si parla di spaccare l’euro e l’unione monetaria». Ha poi aggiunto: «L’euro è esattamente l’esempio di un'Europa a più velocità, un esempio che vogliamo applicare come metodo in altre politiche».

L’uscita del Regno Unito dall’Unione, così come una politica estera americana più isolazionista, inducono i leader più lucidi a rafforzare l’Unione per evitare una sua disintegrazione. «L’idea di una Europa sempre più a geometria variabile potrebbe essere inserita nella Dichiarazione di Roma – dice un diplomatico –. Ma l’esito del successivo negoziato è aperto». Alcune forme di integrazione potrebbero risultare consensuali, come quelle nel campo della sicurezza, dell’industria o della ricerca.

Altre invece potrebbero essere assai più controverse. Lo sguardo corre a eventuali forme di mutualizzazione dei debiti pubblici o di impegno in comune nel campo del welfare. In questi settori, quelli che evidentemente interessano di più l’Italia, l’eventuale integrazione avverrà in base ai criteri degli Stati finanziariamente più forti. Per compensare la responsabilità in solido, prevederà presumibilmente forme di cessione di sovranità, che attualmente molti paesi non sono pronti ad accettare.

Per l’Italia, il tema è delicato, perché qualsiasi forma di integrazione finanziaria richiederà il risanamento dell’elevato indebitamento statale e una rimessa in discussione dell’assetto stesso della società italiana, se è vero che il debito pubblico è in fondo il volano di molti corporativismi.

Nell’establishment italiano, c’è chi respinge d’emblée il trasferimento di sovranità e chi invece crede che un vincolo esterno sia dopotutto lo strumento più efficace per modernizzare il paese.

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