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Più vicina la «stretta» Fed, vola il dollaro

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Più vicina la «stretta» Fed, vola il dollaro

  • –Riccardo Barlaam

Rimandare per troppo tempo la stretta sui tassi sarebbe «imprudente». Queste parole pronunciate dal numero uno della Fed, Janet Yellen, nel corso dell’audizione di ieri al Senato hanno fatto capire chiaramente al mercato le intenzioni della banca centrale americana riguardo la sua pianificata «normalizzazione» della sua politica monetaria. E se qualcuno in queste settimane si era illuso che la Fed anche quest’anno si potesse mostrare prudente come accaduto nel 2016 - dei quattro rialzi dei tassi annunciati ne è stato fatto uno solo - ieri ha dovuto ricredersi. Lo stato di salute dell’economia Usa è tale da non potersi permettere troppo attendismo. E questo nonostante i recenti dati sul mercato del lavoro, deludenti sul fronte della crescita dei salari, avessero fatto ritenere il contrario. Le probabilità che la Fed tenga fede al proprio annuncio di mettere in atto tre rialzi dei tassi dello 0,25% ieri sono nettamente risalite. Se dopo il rapporto sull’occupazione di gennaio il mercato scontava una probabilità del 24% che ciò avvenisse ieri, stando alle quotazioni dei futures, le aspettative sono state riviste al rialzo al 34 per cento.

Ieri tutte le classi di investimento notoriamente sensibili alle scelte di politica monetaria Usa si sono mosse come a voler mettere in conto un rialzo dei tassi nei prossimo mesi. Il numero uno della Fed non ha escluso che una stretta possa avvenire già nei prossimi direttivi. Compreso quello di marzo. Il rendimento dei Tbond a 10 anni, che prima che venissero rese note le parole di Janet Yellen viaggiava attorno al 2,43 si è impennato fino al 2,5 per cento. Il dollar index, che misura l’andamento del dollaro rispetto alle sue principali controparti, ha toccato un massimo di 101,370 punti riportandosi sui livelli di metà gennaio.

Anche se il dollaro forte è tutt’altro che gradito alla Casa Bianca, che lo vede come un ostacolo al suo piano di rilancio economico all’insegna di sgravi fiscali e investimenti infrastrutturali, la Borsa americana ha registrato nuovi rialzi. Trainato dal settore bancario, che è tra i maggiori beneficiari di una stretta sui tassi, l’indice S&P 500 ha aggiornato i suoi massimi storici per una capitalizzazione che ha superato i 20mila miliardi di dollari. Le valutazioni della Borsa americana, cioè quegli indicatori che rapportano il valore di mercato ad indicatori di bilancio, sono estremamente elevate. Oggi le società che fanno parte del paniere S&P 500 trattano ad una capitalizzazione che è in media tre volte il loro patrimonio. Era da prima della crisi dei mutui subprime che non si registrava un multiplo prezzo/patrimonio tanto alto. Oggi le blue chip americane trattano ad un valore doppio rispetto al loro fatturato. Era da 15 anni che non capitava. Bisogna invece tornare indietro al 2004 per trovare un rapporto prezzo/utili attesi come quello attuale che è di poco inferiore a 18 volte. Sono valutazioni sostenibili? Una fetta sempre più consistente pensa di no. Il 78% dei gestori che hanno partecipato a un recente sondaggio condotto da Bank of America Merrill Lynch considera l’azionario Usa la classe di investimento più sopravvalutata.

Perché allora continua a salire? La scommessa, come è noto, riguarda il taglio della corporate tax (dal 35 al 15-20%) promesso da Trump e che promette di avere effetti positivi sugli utili per azione. La partita fiscale riguarda anche le sterminate risorse (si stima circa 2500 miliardi di dollari) che le multinazionali Usa hanno parcheggiato all’estero per ragioni fiscali e che si scommette possano tornare alla base a costi relativamente ridotti (Trump in campagna elettorale ha parlato di un’aliquota iper-agevolata del 10%). Nei desiderata del nuovo inquilino della Casa Bianca rimpatriare questa enorme ricchezza potrebbe avere effetti positivi per il rilancio dell’economia e dell’occupazione. È assai più probabile che le società abbiano in mente impieghi meno nobili ma remunerativi come piani di riacquisto delle azioni proprie. Un escamotage a cui in questi anni molte grandi società hanno fatto ricorso per sostenere i corsi azionari e che potrebbe essere rilanciato nell’era Trump.

L’era Trump che finora, al di là dei proclami, delle promese e degli annunci altisonanti, rischia di trasformarsi in un periodo di scontro senza precedenti tra Casa Bianca e Fed. Ieri Yellen ha avvertito Trump: nel delineare le politiche di bilancio i conti pubblici vanno tenuti sotto controllo perché sono già su una traiettoria «insostenibile». E ancora, le restrizioni sull’immigrazione già annunciate dal presidente americano potrebbero avere delle ripercussioni sulla crescita economica. Lo stesso rischio viene paventato dalla Yellen, che non risparmia niente a Trump, riguardo all’abolizione dell’Obamacare, la riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore. Così come attenzione serve anche per la già annunciata riforma della Dodd-Frank, l’allentamento delle regole che regolano il sistema finanziario Usa. Una revisione delle regole, ha detto il numero uno della Fed, è di certo «legittima» e anche «appropriata», ma le norme hanno svolto il loro compito, dopo la perdita di credibilità di Wall Street seguita alla crisi dei mutui subprime, rendendo il sistema finanziario più resistente e le banche più solide e con maggiore capitale. Il presidente della Fed nella sua prima audizione al Congresso dell’era Trump ha risposto al fuoco di fila di tutte le domande dei senatori repubblicani. Ha risposto su tutto, cauta, ma mettendo in guardia sulle possibili conseguenze delle politiche in via di definizione da parte della nuova amministrazione americana. E a chi la critica e la vede già come il fumo degli occhi ha detto chiaro e tondo che resterà alla Fed fino a fine mandato.

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