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Pace più difficile in Medio Oriente senza la politica dei «due…

la svolta di trump

Pace più difficile in Medio Oriente senza la politica dei «due Stati»

Il presidente americano Donald Trump (a sinsitra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu
Il presidente americano Donald Trump (a sinsitra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu

Alla fine la soluzione prospettata da Donald Trump per risolvere l’intricatissimo processo di pace tra israeliani e palestinesi assomiglia più a una non soluzione.
Trump dice e non dice. Ma quello che dice, se non sarà morbidamente “rettificato”, come capitato altre volte, rischia di trasformarsi nell’ennesima tegola su un già fragile processo di pace.

Non capita tutti i giorni che un presidente degli Stati Uniti, ricorrendo a un confuso giro di parole, smonti la pietra miliare posta dall’Amministrazione americana nel 200l, e da allora mai più messa in discussione, nei confronti della road map: la soluzione dei due Stati, sovrani, l’uno accanto all’altro.
Perfino George W. Bush, repubblicano di ferro con ottime relazioni con Israele, in un suo famoso discorso, nel 2002, era stato chiaro: «La mia visione sono due Stati, che vivono l’uno accanto all’altro, in pace e armonia». L’anno precedente fu Bill Clinton, due settimane prima di lasciare la Casa Bianca, a lanciare l’idea, precisando come il conflitto non sarebbe mai cessato senza «uno Stato palestinese, credibile e sovrano».

Succeduto a Bush, Barack Obama aveva fatto della soluzione dei due Stati una sorta di mantra, in nessun modo negoziabile. E anche alcuni leader israeliani la pensavano così. Nel 2009 l’allora ministro della Difesa Ehud Barak (peraltro primo ministro dal 1999 al 2001) fu chiaro: «Non c’è alternativa alla soluzione dei due Stati per due popoli». Ehud Olmert, premier dal 2006 al 2009, aveva evocato lo spettro della disintegrazione dello stato ebraico a meno che non si raggiungesse la soluzione dei «due Stati» con i palestinesi. Poi a Gerusalemme è tornato il falco Benjamin Netanyahu (il quale peraltro nel 2009 aveva aderito all’idea ma con delle precondizioni e delle modifiche). E le cose sono cambiate. Alla Casa Bianca, invece è arrivato Donald Trump.

A poco più di un mese dalla data del suo insediamento, Trump spariglia le carte. E lo fa a modo suo, con un contorto giro di «Possono vivere sia con la soluzione dei due stati che con un solo stato. Posso sostenere entrambe le soluzioni». L’importante è che Israele e Palestina siano concordi, ha concluso, aggiungendo, «ma ci sarà un grande accordo di pace».

“«Possono vivere sia con la soluzione dei due Stati che con un solo Stato. Possono sostenere entrambe le soluzioni»”

Donald Trump 

Una dichiarazione che fa a pugni con il passato. Perché se c’è una cosa certa è che la condizione minima reclamata dall’Autorità palestinese è la nascita di uno Stato Palestinese. E la prevedibile reazione di contrarietà da Ramallah, “capitale” della Cisgiordania non si è fatta attendere

L’accordo di principio sulla soluzione dei due Stati è stato peraltro solo un punto di partenza. Se il processo di pace più lento e faticoso degli ultimi 20 anni non è andato in porto è perché, oltre ai due stati, israeliani e palestinesi non erano d’accordo su almeno tre delicatissime questioni: il riconoscimento dei confini palestinesi fissandoli alla linea verde; la proclamazione di Gerusalemme Est come capitale palestinese (a dire il vero buona parte dei palestinesi vorrebbero l’intera Gerusalemme); il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nei Territori ma anche in Israele.

Il ritorno alla linea verde, ovvero la linea di demarcazione risalente agli accordi d’armistizio arabo-israeliani del 1949 fra Israele e alcuni fra i Paesi arabi, è ormai quasi impossibile da attuare. Sarebbe necessario smantellare intere città israeliane, come Gush Etzion Ariel, Ma’ale Adumin. Ma con i dovuti aggiustamenti, e compensazioni, non era infattibile.
La questione di Gerusalemme Est capitale è forse più difficile. Israele l’ha proclamata sua capitale, ed ha insediato le sue istituzioni, dal Parlamento (la Knesset) al Governo, fino alla presidenza della Repubblica. Ma le Nazioni Unite non la riconoscono come tale, e se tutte le ambasciate si trovano a Tel Aviv è perché finora nessuno ha voluto superare (al di là di sporadiche e temporanee eccezioni) una linea che potrebbe provocare un terremoto geopolitico (è bene ricordare che nel 1995 il Congresso americano approvò una controversa legge – il «Jerusalem Embassy Act» – secondo cui Gerusalemme, «città indivisa», avrebbe dovuto essere riconosciuta come «capitale dello Stato di Israele», e quindi l’ambasciata americana spostata. Ma il trasloco è stato sistematicamente rinviato).

Come per altre crisi internazionali, la strategia di Trump è poco chiara e contradditoria. Durante la campagna elettorale, per esempio, il neo presidente aveva annunciato di voler spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. Ieri ha ammorbidito i toni. «Spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme? Ci vuole tempo: è una scelta difficile». Poi, per non scontentare gli alleati israeliani, ha concluso così: «Mi piacerebbe che questo accadesse».
Un ostacolo che appare insormontabile è che il rientro di milioni di rifugiati palestinesi, che sono i discendenti di quelli che fuggirono nella guerra del 1948 e in quella del 1967. Se attuato rappresenterebbe una bomba demografica che stravolgerebbe Israele. Ma anche i più pragmatici dei politici palestinesi sanno bene che non sarà possibile, e spingono per una soluzione di compromesso.
Eppure anche su questi tre spinosi temi le due parti sono andate qualche volta vicine a una soluzione. A Camp David, nell’estate del 2000, si era arrivati veramente vicino.

Volente o nolente Trump non può permettersi di disinteressarsi della questione israelo-palestinese. E probabilmente anche lui coltiva la grande ambizione dei suoi predecessori: passare alla storia per aver finalmente realizzato un accordo di pace. D’altronde è dagli accordi di Oslo, tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, sotto la presidenza di Bill Clinton, che non accade, 23 anni fa.

Anche la nuova versione, edulcorata, sull’altrettanto delicata questione dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania non convince molto. Se prima Trump sembrava sostenerli, a inizio febbraio aveva fatto marcia indietro con un comunicato dalla Casa Bianca: «Per quanto non riteniamo che l’esistenza degli insediamenti sia un impedimento alla pace, la costruzione di nuove colonie o l’espansione di quelle esistenti al di là degli attuali confini potrebbe non essere d’aiuto per ottenerla». Mercoledì Trump ha ulteriormente corretto il tiro spiegando che preferirebbe che Israele «fermasse l’espansione dei suoi insediamenti per un po’ di tempo».

Nel corso delle prime due settimane dall’insediamento del magnate newyorchese, il governo israeliano ha autorizzato la costruzione di oltre seimila nuove abitazioni a Gerusalemme Est ed in Cisgiordania.

Il premier israeliano Netanyahu è certamente più deciso. La sua dichiarazione resa nota mercoledì fa emergere la sua linea. Pur evitando accuratamente di negare la formula dei due Stati, e ribadendo che gli insediamenti non sono al centro dei colloqui di pace, ha dichiarato «La Palestina deve riconoscere lo stato degli ebrei, ma per ora i pre-requisiti per arrivare a una pace sono stati negati dalla Palestina. Questo è l’elemento del conflitto, ma questa condizione deve cambiare, voglio che cambi». Già in passato alcuni politici israeliani conservatori avevano caldeggiato l’idea di una confederazione composta da Israele e da «un’entità» autonoma palestinese, in cui lo Stato ebraico manterrebbe il controllo sull’esercito e i confini. Solo in questo modo, controllando i confini, agli occhi dei sostenitori di questa tesi si scongiurerebbe il rischio di rafforzare l’arsenale degli estremisti islamici che mirano alla distruzione di Israele. Non è chiaro se Netanyahu voglia ricalcare questa idea.
Ma è difficile dare torto ad Israele su di un fatto: negoziare con una controparte così confusa, divisa, non è affatto facile.

Non si può certo imputare ad Israele se i Territori palestinesi sono ancora divisi in due. La Cisgiordania, governata dall’Autorità nazionale palestinese, e la Striscia di Gaza, dove dal 2007, anno di una rapida ma cruenta guerra civile palestinese, il movimento islamico Hamas è signore incontrastato. Ed è un fatto che i rappresentanti delle due “Palestine” siano divisi su tutto o quasi. E la riconciliazione tra i due nemici in casa, tante volte annunciata, di fatto non è mai avvenuta.

Con un interlocutore di questo tipo è naturale che il processo di pace rallenti.
Tuttavia per molti esperti di crisi mediorientali la soluzione dei due Stati pare essere la via con più probabilità di successo. La pensa così anche l’ex vice segretario di Stato e vice consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, Tony Blinken. Che ha precisato come la strategia di Trump sia impraticabile «a causa della demografia. Se resta uno Stato solo, Israele non potrà essere insieme ebraico e democratico, perché i palestinesi diventeranno la maggioranza. A quel punto o dovrà rinunciare alla democrazia, oppure al fatto di essere uno Stato ebraico».

Mentre il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha assunto una posizione ancora più netta; : «Non esiste una soluzione alternativa ai due Stati e dovremmo fare tutto il possibile per salvaguardarla»
Ecco perché l’idea prospettata da Trump di coinvolgere i Paesi arabi nemici dell’estremismo islamico nel processo di pace israelo-paelestinese, senza peraltro garantire la soluzione dei due Stati, non sembra convincere la maggior parte degli osservatori. E perché la dichiarazione resa mercoledì da Netanyahu presenta un problema non da poco. Per fare la pace bisogna essere in due. E deve trattarsi dei diretti interessati. Anche per negoziarla.

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