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Ecco chi frena sulla difesa comune della Ue

Europa a più velocità

Ecco chi frena sulla difesa comune della Ue

(Afp)
(Afp)

Nell'Europa a più velocità c'è chi sta frenando sul progetto di difesa comune, uno dei dossier su cui comunque nell’ultimo anno sono stati compiuti molti passi avanti nel solco della “global strategy” lanciata dall'Alto rappresentante per la sicurezza, Federica Mogherini a giugno dello scorso anno. I ministri della Difesa dell'Unione dovrebbero discuterne insieme ai ministri degli Esteri nel Consiglio del 6 marzo, con l'obiettivo di arrivare a qualcosa di concreto a giugno prossimo, ma il confronto non sarà facile.

La questione di fondo è che la difesa per uno Stato è da sempre il cuore della sovranità. Proprio per questo il trattato UE attribuisce agli Stati membri un forte potere decisionale sulla materia e disegna uno sviluppo progressivo e prudente di una capacità europea di difesa, in armonia con le sensibilità costituzionali nazionali e con gli obblighi discendenti dalla partecipazione alla NATO. In questo scenario, aveva sorpreso in autunno la proposta del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di un fondo Ue per la difesa (Edap) da 90 milioni per la ricerca fino al 2020, per poi salire a 500 milioni nel periodo di bilancio successivo. Per lo sviluppo di capacità militari e l'innovazione nel settore, il documento di Juncker preconizzava una cifra di riferimento di 5 miliardi all'anno, senza però indicare né la fonte di finanziamento (UE, Stati Membri, mercati finanziari) né la sostenibilità a medio termine.

Sebbene l'intento sia politicamente indiscutibile, la vaghezza dei contorni e l'assenza di un legame diretto tra le proposte finanziarie e la decisione sulle capacità militari che devono prendere gli Stati Membri in seguito all'iniziativa della Mogherini hanno sollevato più di una perplessità. Dal punto di vista diplomatico l'azione un po' disorganica di Juncker è paragonabile a due dita negli occhi per gli Stati membri, in una fase storica delicata per gli equilibri europei. Tanto che – raccontano fonti comunitarie – davanti alle molte obiezioni, la proposta è stata molto ridimensionata e le conclusioni del Consiglio europeo dedicano una parte significativa alle azioni dell'Alto Rappresentante Mogherini e poche righe all'iniziativa della Commissione Juncker.

Ma la battaglia è ancora in corso. Nelle settimane scorse è spuntato fuori uno “scoping paper” destinato a preparare una discussione tra Commissione e ministeri della Difesa per approfondimenti sulle cooperazioni militari possibili. L'intento, non del tutto chiaro per ora, potrebbe essere quello di dare una posizione più centrale alla Commissione, anche se i Trattati non lo prevedono. In ogni caso, agire al di fuori delle procedure previste dai Trattati in materia così delicata, invece di sostenere lo sforzo comune rischia di creare ulteriori ostacoli sul già faticoso cammino della difesa europea. A tal punto che taluni intravedono dietro queste manovre il boicottaggio del più serio tentativo di creazione di una difesa europea, attraverso la PESCO, Permanent Structured Cooperation, prevista dal Trattato di Lisbona: una cooperazione rafforzata tra Stati membri che, per capacità militare e industriale, possono costituire un nocciolo duro iniziale per la sicurezza collettiva del continente. Una Schengen della difesa.

Quella in corso è perciò una battaglia tra chi, come la Mogherini ma non solo, vorrebbe incardinare questo embrione di difesa comune nel sistema dei trattati europei creando una cooperazione rafforzata tra “gli stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari” sulla base degli articoli 42.6 e 46.2 del Trattato e chi – sul fronte opposto - sembra puntare ad un modello intergovernativo, esattamente come è accaduto per l'European Stability Mechanism (ESM) che non è un trattato europeo e dal quale chiunque può sfilarsi in qualsiasi momento. Nel primo caso, in base all'articolo 46.2, il Consiglio Ue deciderebbe la costituzione della PESCO a maggioranza qualificata, dunque senza il potere di veto mentre nel secondo, ogni Paese potrebbe impedire agli altri di agire, o in alternativa si consentirebbero meccanismi di cooperazione limitati ad alcuni. Il rischio di velocità diverse costruite non per cooperazione ma per esclusione è altissimo in questo secondo scenario. Fino a che le ambiguità non saranno rimosse, osserva una fonte interpellata, l’Italia non ha dunque nessun interesse a seguire Juncker. Le forze che più si stanno muovendo nella direzione intergovernativa - spiega la stessa fonte - sono francesi, inglesi e polacche. Sull'altro fronte, tra i paesi favorevoli alla Pesco ci sono la Germania, l'Italia, la Spagna, il Belgio ma anche la Finlandia e l'Olanda. Per raggiungere una maggioranza qualificata (15 Stati membri che rappresentino il 65% della popolazione senza il Regno Unito) occorre coalizzare altri. Le manovre in corso in questi giorni tra Bruxelles e le capitali dimostrano che non sarà semplice. Il Consiglio Esteri di marzo sarà un passo importante per definire le capacità militari di cui l'UE ha bisogno e per indicare le priorità, anche di bilancio.

Mentre il dibattito europeo va avanti, oggi Monaco si apre la 53esima edizione della Munich Security Conference (MSC) che vede la presenza di 80 ministri degli Esteri e della Difesa, 30 capi di Stato e 500 partecipanti . Per l’Italia è atteso il ministro degli Esteri, Alfano, già in Germania per il G20 dei ministri degli Esteri. C’è da scommettere che il tema della difesa comune europea sarà al centro di molti del migliaio di incontri bilaterali annunciati.

In Europa bisogna essere consapevoli non solo che il modello intergovernativo usato per proteggere interessi nazionali e aprire spazi di discrezionalità non potrà che danneggiare il futuro della Ue, ma anche delle mutate condizioni su cui si regge l'Alleanza atlantica. È solo l'antipasto del dibattito sull'Europa a più velocità rilanciato da Angela Merkel.

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