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Trump-Cia, è crisi istituzionale

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Trump-Cia, è crisi istituzionale

  • –Marco Valsania

NEW YORK

Donald Trump è stato “sfiduciato” dai servizi segreti americani. Il presidente, che si dibatte in una crisi istituzionale senza precedenti negli Stati Uniti dallo scandalo Watergate, oggi riceve versioni censurate dei rapporti di intelligence. Perché la Cia, la Nsa e le altre agenzie di sicurezza nazionale semplicemente non si fidano di lui e del suo opaco entourage, scosso da bufere di incertezze su chi comanda, fughe di notizie e rapporti pericolosi dei suoi consiglieri con Mosca.

Trump ha contrattaccato: ha definito, in un’improvvisata e irata conferenza stampa, le sue prime settimane al governo «estremamente efficaci» - e la sua Casa Bianca una «macchina di precisione» - nonostante l’unica certezza sia finora proprio la debacle istituzionale e non sia invece riuscito a mantenere alcuna delle principali promesse elettorali, dal divieto a rifugiati e immigrati bloccato dalla magistratura - ieri la Casa Bianca ha annunciato che lo ritirerà e ripresenterà corretto - fino all’eliminazione di Obamacare ferma in un Congresso incapace di trovare alternative. Ha affermato, anzi, di aver ereditato «un disastro» e che sono i media a «distorcere» la realtà.

L’epicentro della battaglia - politica e d’immagine - è l’intelligence. Trump ha negato di avere «alcun interesse o alcun prestito in Russia». Ha definito le informazioni filtrate su contatti frequenti tra suoi emissari e alti funzionari di Mosca nel corso del 2016 come del tutto «ridicole» e promesso via tweet che «gli infidi delatori verranno catturati». In un altro schiaffo, darebbe al fidato miliardario Stephen Feinberg - co-fondatore di Cerberus Capital e privo di esperienza nel campo - la missione di un vasto riesame dell’apparato dei servizi segreti.

Il Wall Street Journal ha rivelato che le agenzie spionistiche e di sicurezza statunitensi stanno oggi quantomeno evitando di rivelare metodi e fonti delle loro informazioni nei briefing alla Casa Bianca per paura che vengano compromesse, una decisione straordinaria e un drammatico riflesso della spaccatura all’interno degli stessi centri nevralgici del governo.

Solo nelle ore precedenti Trump aveva accusato i servizi di attività anti-americane e criminali, accusandoli di passare ai media soffiate sui contatti frequenti di suoi consiglieri con il Cremlino e sulle improprie discussioni avute dall’ex national security adviser Michael Flynn - «ottima persona» - con l’ambasciatore russo a Washington a proposito delle sanzioni contro Mosca per gli atti di pirateria informatica volti a manipolare le elezioni Usa e aiutare Trump. Di recente aveva già paragonato l’intelligence americana alla Gestapo.

L’amministrazione ieri ha anche cercato di correre ai ripari davanti alla brusca escalation della crisi e dell’instabilità con una miscela di critiche alla Russia e nuove nomine che spera inattaccabili. Dall’Europa, dove sono in viaggio per incontri della Nato e del G-20, il segretario alla Difesa James Mattis e quello del Dipartimento di Stato Rex Tillerson hanno gettato acqua sul fuoco di sospetti legami con la Russia di Vladimir Putin. Mattis ha respinto offerte di cooperazione di intelligence e militari avanzate da Mosca e altrettanto ha fatto Tillerson. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha da parte sua smentito interferenze nelle elezioni e nella politica americana.

Il presidente, nel frattempo, è sceso in campo per superare l’ultimo passo falso nel definire una compagine governativa assemblata solo a fatica: dopo il ritiro del candidato a segretario al Lavoro - Andrew Puzder, travolto da polemiche su discriminazioni nel business e abusi in famiglia - ha nominato al suo posto il rettore della facolta di legge della Florida International University ed ex alto funzionario del Dipartimento della Giustizia sotto George W. Bush, Alexander Acosta. Il prescelto è anche il primo esponente di spicco di origine ispanica nell’amministrazione.

Il clima di tensione, però, si respira sempre più, nel Paese come nei massa media. Intervenendo a un evento al Time Warner Center sui progetti aziendali del colosso Turner, casa madre di Cnn in via di fusione con ATT, Jeff Zucker, il presidente della rete Tv attaccata da Trump come “fake news”, notizie false per eccellenza accanto a New York Times e Washington Post, ha risposto di essere confortato da aumenti del 51% nella audience rispetto all’anno scorso. Su una nota meno ottimistica ha rivelato che la società riceve molte proposte di nuove trasmissioni incentrate su un Paese gravemente diviso.

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