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Cash flow Tax, ecco come funziona la rivoluzione fiscale di Trump

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Cash flow Tax, ecco come funziona la rivoluzione fiscale di Trump

(Reuters)
(Reuters)

La più rivoluzionaria delle riforme dell'amministrazione Trump potrebbe diventare quella oggi più sottotraccia, il fisco. Nulla sembra infatti più vicino all'ideale –o forse all'ideologia – del presidente tycoon rispetto alla “Cash flow tax”, un fantasma che si aggira per l'Unione da almeno 40 anni (“Blueprints for basic tax reform”, editi dal Tesoro nel 1977) ma che fino ad oggi non ha trovato un humus politico abbastanza favorevole per il suo debutto.

Di cosa si tratta? Semplice, è un sistema di tassazione per le imprese che non grava più sul reddito cioè sul guadagno – con tutto ciò che comporta il calcolo tra deduzioni, elusioni e profit shifting nei paradisi fiscali - ma solamente sul flusso di cassa in entrata. In sostanza, incassi 100, paghi un'aliquota – meglio se fissa – su 100, indipendentemente da quanto saprai guadagnarci sopra.

L'idea per alcuni è geniale: l'imposta pesa solo sul danaro che “entra” nel business e non invece sulla “cassa che esce dal business”. Sembra l'uovo di Colombo.

Per capire perché la Cash flow tax (Cft) è straordinariamente funzionale al progetto di nazionalismo imprenditoriale di Donald Trump bisogna però scendere nei particolari della Cft. Non tanto sulla piena, totale e immediata deducibilità degli investimenti (l'esatto contrario dei nostri tanto cari “ammortamenti”, che ripartiscono l'abbattimento del costo dell'investimento su tante annualità successive, in genere legate alla vita del bene/servizio acquistato) , quanto sul Border Adjustment, cioè sulle regole fiscali che si applicano sui beni in entrata e in uscita.

Il cash flow realizzato sulle esportazioni, nella visione patriottica della Cft, non è assoggettato ad imposta – in sostanza, la vendita all'estero è “tax free” – mentre lo sono le importazioni. Questo spiega perché molti vedono nella Cft un volano straordinario per il rilancio della manifattura Usa, e contemporaneamente un gigantesco “dissuasore” all'import.

Impressionanti, a questo proposito, le proiezioni sul gettito ipotizzate dal Dipartimento del Tesoro nei Working Paper del gennaio scorso. La curva di incasso fiscale attuale (legata alla tassa sugli utili) e quella ipotetica della Cash flow tax sono sostanzialmente intrecciate sulla linea dei 1.000 miliardi di dollari, con scostamenti minimi nella serie storica che parte dal 2004. Con il correttivo della Border Adjustment la curva schizza invece stabilmente tra i 1.400 e i 1.600 miliardi.

Una differenza di gettito tale fa capire perché oggi l'America di Trump potrebbe violare il dogma della income tax e svoltare verso la Cash flow tax “corretta” a proprio uso e consumo.

Ma c'è un “però”. Tutti gli accordi fiscali e di cooperazione fiscale anti-evasione siglati negli ultimi decenni – e soprattutto quelli guidati dagli Usa a livello mondiale dopo la crisi del 2007/9 – condividono gli stessi principi fondamentali, tra cui l'omogeneità del sistema di tassazione (a prescindere dalle aliquote, che ogni stato fissa secondo criteri e scelte propri).

Se domani gli Usa virassero sulla Cft, decine, centinaia di accordi bilaterali e multilaterali diventerebbero inapplicabili. Ridando fiato, molti osservatori temono, alla grande fuga del “nero internazionale”.

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