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Poste, il governo valuta la «carta» Cdp

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Poste, il governo valuta la «carta» Cdp

  • –Laura Serafini

Il governo Gentiloni fa una pausa di riflessione sulle privatizzazioni. In particolare sul collocamento sul mercato della seconda tranche di Poste, pari al 30% del capitale, percorso che era già stato sancito lo scorso anno con l’approvazione, anche da parte del Parlamento, di un Dpcm.

I tempi cambiano e in questa fase di incertezza politica, di fibrillazioni all’interno del Pd e di rischio sull’esito delle consultazioni elettorali che potrebbero non proclamare alcun vincitore, anche un nuovo passo verso una parivatizzazione mal digerita da molti cittadini può avere effetti imprevedibili. E così, dopo le polemiche dei giorni scorsi, si sta cominciando a ragionare su ipotesi alternative. Al momento solo riflessioni. Che partano dal fatto che cancellare tout court gli impegni presi con la Commissione europea in tema di riduzione del debito pubblico non è possibile. E per questo motivo si prova a ragionare su percorsi diversi. I margini di manovra non sono ampi, se l’obiettivo resta quello di portare fondi nelle casse dello Stato. Ecco allora tornare in auge un percorso già battuto in passato, anche per le stesse Poste: un coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti. Quest’ultima dallo scorso anno possiede già il 30% della società dei recapiti, conferito con un aumento di capitale riservato allo Stato che ne fatto accrescere la quota di controllo di Cdp. L’operazione era servita per un rafforzamento patrimoniale della società guidata da Fabio Gallia che è impegnata su differenti operazioni a sostegno dello sviluppo dell’economia nazionale.

Cdp non ha grande possibilità di impegnarsi finanziariamente in un’operazione come l’acquisto del 30% di Poste, che ai prezzi di Borsa oggi vale circa 2,5 miliardi. Anche se si potrebbe cedere una quota inferiore, pari al 15% ad esempio. Tra le strade che si stanno valutando c’è la possibilità, allora, che Poste distribuisca un dividendo straordinario: la struttura finanziaria, rafforzata nel corso della gestione di Francesco Caio, consentirebbe di distribuire fino a un miliardo senza intaccare la solidità della società, il rating e la capacità di continuare a garantire la cedola ordinaria. Con il dividendo straordinario (600 milioni la quota per il 60% di Poste) e quello ordinario atteso per il 2016 (520 milioni il monte dividendi atteso, di cui 316 milioni andrebbero a chi possiede il 60%) Cdp potrebbe ripagarsi poco meno della metà dell’investimento per il 30 per cento di Poste. Certo sarebbe una bella ipoteca per la società sulle possibilità di crescere con le acquisizioni. Ci sarebbe poi la questione della governance: il percorso previsto dal Dpcm, che prevedeva di mettere la seconda tranche in Borsa, lasciando il controllo della società dei recapiti con il 30% a Cdp, aveva comunque mantenuto tutti i poteri di governance, incluse le nomine, al ministero dell’Economia. E questo per via del rapporto che lega Cdp a Poste, visto che la seconda gestisce per la prima la raccolta attraverso gli uffici postali.

Il secondo scenario considera ancora la possibilità di procedere con la seconda tranche, ma in questo caso non prima dell’autunno di quest’anno (il Mef aveva progettato invece un’operazione per il mese di giugno). In quella eventualità qualcuno suggerisce - e questo era anche l’auspicio delle commissioni parlamentari nel parere sul Dpcm - che venga ripescata l’idea di coinvolgere i dipendenti nella governance, con un posto nel board o in un possibile consiglio di sorveglianza, se si passasse al sistema duale. Un novità alla quale si starebbe invece già lavorando è quella di dare maggiore possibilità di controllo, nelle società pubbliche, della capogruppo sulle controllate. Affidando maggiori poteri al cda della holding - e ai comitati interni, come il comitato rischi - per conoscere più a fondo l’operatività delle controllate. Il caso più macroscopico è presente proprio in Poste: la controllata Poste Vita ha ormai un peso enorme, contribuendo in modo consistente al fatturato e ai margini del gruppo. Ma è anche il braccio operativo attraverso il quale vengono assunti i rischi, come i recenti investimenti nel fondo Atlante per ricapitalizzare le banche.

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