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Tutti i colossi Usa che non pagano (legalmente) le tasse

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Tutti i colossi Usa che non pagano (legalmente) le tasse

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La promessa di Donald Trump di abbattere la corporate tax statunitense, oggi al 35%, ha fatto giustamente rimbalzare le stime su utili aziendali “alleggeriti” dalla tassazione. Ma il bello è che oggi quasi nessuna grande azienda statunitense paga effettivamente il 35% di corporate tax.

A mettere nero su bianco ancora una volta le astute e legalissime manovre di elusione delle grandi multinazionali è stato uno studio dell’Institute on Taxation and Economic Policy, che ha preso in esame 258 aziende dell'indice Fortune 500, escludendo già di partenza quelle che da anni accumulano i profitti offshore come Apple, Microsoft e Coca-Cola.

Bene: in media, tra il 2008 e il 205 queste 258 aziende (tutte assai profittevoli) hanno pagato il 21,2% di corporate tax anziché il 35%. Con agevolazioni fiscali per un totale di 513 miliardi di dollari, oltre la metà dei quali (277 miliardi) finiti alle 25 società che macinano più utili. Non solo. Sempre tra il 2008 e il 2015 ben 18 di queste società non hanno pagato un centesimo di tasse: tra loro ci sono colossi del calibro di General Electric, International Paper, Priceline.com e PG&E. Anzi, alcune hanno anche ottenuto dei rimborsi dal fisco federale.

Ci sono settori “sommersi” e “salvati” dalla scure del Fisco, ha poi scoperto lo studio. Soltanto nella grande distribuzione e nella farmaceutica le società versano oltre il 30% dei loro profitti in tasse federali, mentre la corporate tax scende in media all’11,5% per le società dei comparti telecomunicazioni, oil & gas e macchine industriali. Per le utilities si precipita addirittura a un 3,1% di tassazione federale media nell’arco degli otto anni considerati.

In fatto di incentivi fiscali, insomma, la sproporzione è evidente. Il 55% dei sussidi va a quattro settori (finanza, utilities, telecomunicazioni, oil & gas) che rappresentano solo il 35,5% dei profitti nel campione preso in esame dallo studio. Mentre la grande distribuzione all’ingrosso e al dettaglio, con il 17% dei profitti, porta a casa solo il 5% degli “sconti”. Qui si vede con chiarezza la differenza di peso delle potenti lobbies statunitensi nel pilotare i vari bonus.

Oltre agli incentivi, poi, ci sono numerose scorciatorie per autoridursi il carico fiscale. Lasciamo da parte - come ha fatto lo studio dell’Institute on Taxation and Economic Policy - le famose tecniche di elusione offshore della grande famiglia “double Irish”, che hanno permesso alla corporate America di accumulare 2500 miliardi di dollari all’estero (un patrimonio che Trump vorrebbe rimpatriare detassandolo). Ci sono anche altri strumenti. Uno è quello di anticipare il costo degli ammortamenti, deducendoli dal carico fiscale, come hanno fatto American Electric Power, Con Ed e Comcast. Oppure c’è l'arma delle stock options ai top manager, che ha permesso per esempio a Facebook di risparmiare quasi sei miliardi di dollari di tasse federali e statali tra il 2010 e il 2015. Un’autentica cuccagna: cosa accadrà allora con le ulteriori riduzione fiscali di Trump?

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