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Trump ha il suo Kissinger: al genero il “portafoglio” su…

l’astro jared Kushner

Trump ha il suo Kissinger: al genero il “portafoglio” su Cina, Medio Oriente e Messico

Foto Reuters
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New York - Se Steve Bannon è soprannominato il “Presidente”, allora Jared Kushner è il “Segretario di Stato”. L'ascesa del genero e consigliere di Donald Trump quale plenipotenziario ombra dell'intera politica estera americana - quale odierno Henry Kissinger - è ormai innegabile: in questi ultimi giorni è volato in Iraq con i vertici delle forze armate, il primo esponente della nuova amministrazione a recarsi a Baghdad mentre è in corso la nuova offensiva contro Isis. Prima, in particolare, che potesse andarci l'attuale ministro degli Esteri americano Rex Tillerson. Ed è lui, non Tillerson nè il resto dell'ufficiale corpo diplomatico e di sicurezza dell'amministrazione, l'artefice del vertice bilaterale che si terrà giovedì e venerdì a Mar-a-Lago in Florida tra Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping, al quale ha lavorato a stretto contatto con l'ambasciatore di Pechino a Washington.

Ma il “portafoglio” dei temi globali che scottano in mano al 36enne Kushner - ebreo ortodosso, di famiglia un tempo democratica e marito della prima figlia di Trump, Ivanka - è ormai onnicomprensivo: va dal Medio Oriente nel suo insieme, dove è stato incaricato anche di sbloccare la questione israelo-palestinese, fino al Messico. Episodi del recente passato spesso rimasti coperti da relativo silenzio ne fanno testo e fanno discutere per la sua inedita influenza nonostante la carenza di qualificazioni, il suo esautoramento nei fatti di tutti i canali diplomatici normali e la mancanza di trasparenza, compresi conflitti d'interesse viste le attivita' immobiliari dell'impero familiare delle quali mantiene il controllo.

Oltre il muro messicano
Con il Messico Kusher ha un canale privilegiato grazie al ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray. In marzo lo ha incontrato a Washington all'insaputa ancora una volta di Tillerson, che è stato informato dalla visita solo all'ultimo minuto, quasi per cortesia, ma senza partecipare agli incontri. Kushner era stato artefice anche del summit poi cancellato tra il Presidente messicano Enrique Pena Nieto e Trump e ha più volte negoziato con la controparte per trovare un linguaggio diplomatico accettabile nonostante le proposte di Trump di costruire un muro al confine pagato dal Messico, di espellere milioni di clandestini latinoamericani e di rivedere l'accordo commerciale Nafta a vantaggio degli Stati Uniti. Kushner aveva conosciuto Videgaray attraverso comuni amici prima della sua nomina a consigliere della Casa Bianca.

Sul Medio Oriente il suo intervento si è già fatto già sentire. è stato l'esponente di punta dell'entourage di Trump che ha cercato di far deragliare la risoluzione dell'Onu contro gli insediamenti israeliani nei territori occupati, facendo pressione in particolare sulla Gran Bretagna e sul suo premier Theresa May perché si muovesse per un rinvio del voto. Le pressioni fallirono nell'immediato, la risoluzione passò con l'astensione programmata dell'amministrazione uscente di Barack Obama che voleva mandare un messaggio più duro a Israele. Ma hanno avuto effetti collaterali: Londra, forse indebolita da Brexit, ha dato segno di volersi allineare maggiormente con la nuova Washington di Trump, rimuovendo nei mesi scorsi il suo appoggio a un'altra risoluzione del Palazzo di Vetro che condannava le forze regolari siriane di Assad per l'uso di armi chimiche. E il premier May ha effettuato una insolitamente forte critica dalla diplomazia dell'ex Segretario di Stato John Kerry come troppo severa nei confronti del governo di Israele.

Il Kissinger di Trump
L'importanza del ruolo assunto da Kushner - di vero uomo di fiducia in politica estera per Trump, quel che cioè Kissinger era stato per Richard Nixon - va però di pari passo con le polemiche sui rischi di una simile super-delega. I critici sottolineano che Kushner, se sembra al momento portare in dote maggior calma alle deliberazioni di Trump, al contrario di Kissinger non ha alcuna esperienza di diplomazia, politica estera o gestione di crisi. E si spingono oltre: la sua carriera accademica e di business è segnata finora dalla mediocrità e da discutibili scelte. Studente senza infamia e senza lode, si racconta che entrò a Harvard grazie soprattutto a una ingente donazione multimilionaria all'università da parte del padre Charles, il capostipite dell'impero immobiliare Kushner Companies. Le redini del gruppo di famiglia le prese in realtà solo temporaneamente quando Charles finì in carcere per per evasine fiscale e violazione delle leggi sulle donazioni elettorali. Poi è tornato a essere il padre a prendere le decisioni.

Lui, in azienda, ha contribuito a lasciare il segno anzitutto con un'operazione che se fu di presa mediatica - lo sbarco a Manhattan della dinastia del New Jersey - è tuttora una pesante zavorra finanziaria per l'azienda: l'acquisto per 1,8 miliardi di dollari del grattacielo al numero 666 della Quinta Avenue. I Kushner lo pagarono troppo, facendo troppi debiti ed è ancora a caccia di nuovi investitori per sanare le sue finanze dopo che un'operazione con imprenditori cinesi è venuta meno.

La transazione originale ha curiose similitudini con le strategie aggressive di Trump, che secondo indiscrezioni è molto ammirato da Kushner: la prima avventura dell'attuale presidente a Manhattan avvenne proprio lì vicino, con la Trump Tower sempre sulla Quinta Avenue. E Trump si è a lungo distinto per transazioni segnate da forte indebitamento e rischi di crack evitati solo in extremis.

Il ruolo di Jared nel business
Kushner non si è fermato al real estate. Ha anche provato, a sua volta senza esiti di rilievo, i panni del piccolo Rupert Murdoch. Dal padre si fece comprare la storica rivista newyorchese del New York Observer. Ma la gestione fu un fallimento: cercò di risanarne i conti, ma a detta del direttore di allora della rivista, Elizabeth Spiers, una volta che ciò avvenne continuò a non investire nulla per un vero rilancio. I giornalisti che lo ricordano come datore di lavoro hanno dipinto ritratti men che lusinghieri, di dirigente senza idee, senza leadership e senza vero interesse a fare l'editore tranne che per condurre dalle colonne del giornale qualche vendetta personale contro rivali o presunti torti subiti. Una volta insediatosi alla Casa Bianca ha chiuso del tutto l'edizione cartacea dell'Observer, ormai l'ombra di se stessa, e messo in vendita quella digitale.

La sua vera fortuna - e forse la sua vocazione - è stata alla fine un'altra. Quella di diventare il manager informale della campagna elettorale di Donald Trump e il suo braccio destro quando ha cominciato a decollare a metà del 2016. Ha stabilito una proficua alleanza con il portabandiera della destra populista Bannon e assieme sono riusciti a raddrizzare una corsa che appariva alla deriva fino a portarla al successo alle urne. Ma quel successo non aveva preparato nessuno a quanto sarebbe accaduto dopo. Si dice che la sua mano oggi si faccia sentire persino nella gestione delle esternazioni di Trump, che avvengono anzitutto il sabato quando l'influenza calmante di Jared latita perchè osserva lo Shabbat ebraico, il giorno di riposo (da venerdì sera a sabato sera) evitando anche l'uso di tecnologia. Di sicuro quel che si fa sentire è il suo ruolo “onnipotente”, di grande e chiacchierata eminenza grigia della Casa Bianca.

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